Meglio il voto? Il disastro dell’accordo PD-M5s

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Onestamente, non so se sarebbe stato meglio il voto. Non so, come non può saperlo nessuno, se i sondaggi che premiavano la Lega disegnavano davvero un esito elettorale ineluttabile. Ovviamente, non lo sapremo mai.

Siamo in un sistema elettorale proporzionale, il che significa che fare accordi con gli avversari politici è l’unico modo per mettere insieme una maggioranza di governo.

Siamo anche molto vicini a due scadenze, nel 2022: a febbraio si voterà il nuovo Capo dello Stato; a novembre il 60% dei parlamentari – quelli di prima nomina – maturano il diritto alla pensione. Un assegno di 1200 a partire dai 65 anni di età.

È del tutto evidente, quindi, che questo Parlamento cercherà in ogni modo di arrivare alla fine della legislatura.

Non come avevo pensato. Io immaginavo che la maggioranza Lega-M5s avrebbe retto, con magari l’innesto di Fratelli d’Italia. Avevo sottovalutato che il delirio di onnipotenza di Salvini unito al fatto che non regge molto bene l’alcol l’avrebbe portato a rompere con Di Maio.

Resta il fatto che, come avevo suggerito, almeno per questo giro ha prevalso lo spirito di sopravvivenza del parlamento.

Però.

C’è modo e modo di fare gli accordi

Il Movimento 5 Stelle nasce in un momento in cui l’avversario, il Potere era il PD. Il neonato PD. Dal giorno zero, l’obiettivo è stato il Partito Democratico. Era il partito al governo, era pure il concorrente del principale cliente di Gianroberto Casaleggio, L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

Una delle argomentazioni di propaganda più efficaci era la seguente: Berlusconi aveva governato ed era sopravvissuto agli scandali grazie al PD. Il ritorno al governo nel 2008 la prova definitiva. Il discorso alla Camera di Luciano Violante, secondo il quale durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset era aumentato di 25 volte, la confessione.

Avanti veloce fino a 4-5 settimane fa: si sprecavano, da parte di molti attuali ministri e sottosegretari, giuramenti solenni: “mai un governo con il Movimento 5 Stelle”.

Il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, ha vinto il congresso su questa piattaforma, lamentando quanto fosse avvilente doverlo ripetere. Lo ripeteva il 2 settembre all’incontro di AreaDem, la corrente di Franceschini. Che ora propone di costruire col M5s una “casa comune, coi sassi che ci siamo lanciati” negli ultimi anni.

Renzi, lo scorso anno aveva fatto saltare l’ipotesi di un governo col Movimento, oggi ne è l’artefice.

Si va verso una legge proporzionale pura (ne parleremo, ma il referendum che propone Salvini è perfettamente inutile: il parlamento legifererà non appena depositato il quesito, per annullare la consultazione). È inevitabile che il Movimento cercherà alleanze. Mi voglio rovinare: forse ha pure senso che il Partito Democratico cerchi strategicamente di scardinare le alleanze avversarie. Ma c’è modo e modo.

L’alternativa

Mi si chiede quale sarebbe stata l’alternativa. Meglio il voto? Non lo so: non decidono i leader di partito, ma il Parlamento e il Capo dello Stato se ci sono altre maggioranze o si deve tornare alle urne. Ma, ripeto, c’è modo e modo di costruire gli accordi.

Sarebbe stato meglio che tutti, da Renzi ai sottosegretari che spergiuravano che mai avrebbero governato con Casaleggio, avessero chiesto scusa, allegando spiegazioni un filo più credibili che fermare i barbari e l’aumento dell’IVA. Non perché i leghisti non siano pericolosi, ma perché si sta facendo un’alleanza con chi li ha resi tali: Casaleggio che li ha traghettati a Palazzo Chigi.

Anche perché i sondaggi premiavano il ministro alco-leghista ben prima del Papeete. Ben prima che Zingaretti diventasse segretario. O dicevano cazzate prima, o ne hanno fatta una ora.

Poi, visto che una simile richiesta è pervenuta dal M5s, si poteva pretendere che l’interlocutore non fosse Di Maio. Per una questione di principio: se cambio di stagione dev’essere, lo si fa cambiando dirigenti. Fatto così, è una resa incondizionata, non un accordo.

Infine, avrei preteso la rigorosa osservanza delle prassi Costituzionali e una totale chiarezza sul ruolo di Casaleggio. Se il Movimento doveva chiedere conferma dell’indirizzo politico ai propri aderenti, l’avrebbe dovuto chiedere prima di salire al Colle, per il rispetto che si deve al Quirinale e alla Costituzione.

Il Paese in mano a Casaleggio. Era meglio il voto?

In questo modo, invece, si è legittimato – anzi lo hanno proprio dichiarato i dirigenti che hanno condotto la trattativa – una struttura partitica personale, il cui proprietario ha il dichiarato scopo di superare il Parlamento.

Come si è legittimato definitivamente Berlusconi come interlocutore la scorsa legislatura, dopo aver fatto finta di avversarlo per vent’anni, così ora si è legittimato Casaleggio dopo aver fatto finta di avversarlo per dieci. A partire dallo stesso Renzi, che pochi mi mesi fa mi citava per denunciare la legge Salva Casaleggio del ministro Bonafede.

Tutto ciò non è accaduto: i dirigenti del Partito Democratico si sono arresi. Della vocazione maggioritaria di Veltroni non v’è più traccia e si cercando accordi locali. Il PD ha cambiato il proprio ruolo storico nell’arco di dieci giorni perché un ministro in ferie alzava troppo il gomito.

Io lo scrivo qui, perché resti agli atti: Casaleggio è più pericoloso di Salvini. Il suo metodo è più lento, ma l’allergia per la democrazia è perfino peggiore. Persegue interessi esclusivamente personali e commerciali, come Berlusconi. Il Movimento 5 Stelle è il ramo d’azienda politico del suo business; il “capo politico” è il suo amministratore delegato. È scritto negli statuti. Il partito è suo, la comunicazione è sua, i processi democratici sono suoi, le iscrizioni sono sue.

Come ho già detto, non so se sarebbe stato meglio il voto, ma so che accordarsi con il Movimento significa consegnare il Paese a Casaleggio. Che presto passerà all’incasso.

 

Dall’Osso dal Movimento a Berlusconi: le conseguenze

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Non basterà la battuta di Grillo (“offro il doppio di Berlusconi“) per evitare le conseguenze del passaggio del deputato Matteo Dall’Osso dal Movimento a Forza Italia.

Dall’Osso, infatti, rappresenta molte prime volte. Soprattutto, era un militante storico del Movimento, da quando ancora non esisteva.

Una grana che potrebbe aprire nuovi fronti nel gruppo parlamentare, che già non vive un momento sereno.

L’episodio è clamoroso per tanti motivi: è il primo parlamentare del Movimento che dalla maggioranza passa all’opposizione, direttamente in un altro partito senza passare dal gruppo misto.

Lo fa in diretta polemica con i vertici, Di Maio in particolare, per documentati motivi politici, dopo aver tentato in ogni modo di ottenere l’approvazione di un emendamento.

Dimostra la dinamica che vado descrivendo da mesi: il gruppo si tiene finché Di Maio riesce a garantire risultati, nomine, prebende politiche. Dimostra che, ormai, non c’è più alcuna spinta ideale nemmeno tra i militanti che hanno investito ore, giorni, mesi prima che perfino si potesse ipotizzare di diventare deputati. Dimostra, pure, l’affinità con la destra del Paese. È lì che si guarda, quando col Movimento è finita.

Non c’è una comunità, non c’è un “sogno” che tenga insieme il gruppo parlamentare, solo una fitta rete di ricatti e aspettative. Tutti lo sanno. Nessuno, prima, si era stancato di aspettare. Ora è accaduto. Ora Di Maio e soci sanno che niente è al sicuro: neppure i più fidati, insospettabili buongustai, quelli che si sono bevuti tutto, che si sono ingoiati dieci anni di rospi, sono più disposti ad aspettare.

C’è terreno fertile – vedremo quanto – per la campagna reclutamento di Berlusconi e Forza Italia. E al Senato il governo si regge su sei voti.

L’addio di Matteo Dall’Osso apre, inevitabilmente, un altro fronte: l’efficacia e la credibilità della multa di 100.000 euro prevista per chi, come lui, lascia il partito. È un meccanismo che si era inventato Gianroberto Casaleggio, sulla scorta di quel che faceva Antonio Di Pietro. Solo che non ha mai funzionato. Nessuno ha mai pagato alcuna multa.

Il primo episodio c’era stato qualche mese fa, all’uscita di un europarlamentare. Anche allora il trattamento era stato molto comprensivo, e nessuna multa fu richiesta. Questo secondo episodio tradisce la consapevolezza che quella norma sia inapplicabile, perché incostituzionale. Meglio lasciare il sospetto e il timore, piuttosto che rischiare la certezza. “Basta che lo credano“, diceva Gianroberto.

Come dicevo pochi giorni fa, sono finiti soldi e posti. Ora c’è un sentiero tracciato.

Ora si devono inventare qualcos’altro per trattenere gli oltre trecento parlamentari a cui si offre di diventare finalmente davvero determinanti, prima per far cadere il governo, poi per farne nascere uno nuovo.

La legislatura è ancora lunga, ne vedremo delle belle.

Il conflitto di interessi di Davide Casaleggio

Gentili Direttori,

per oltre vent’anni si è parlato del conflitto di interessi di Berlusconi e dei suoi effetti sulle istituzioni e sulla democrazia. Oggi il primo partito italiano, secondo i sondaggi, è il MoVimento 5 Stelle. Davide Casaleggio si comporta come Silvio Berlusconi? Il Movimento Cinque Stelle è, come Forza Italia, il braccio politico de facto di un azienda?

Se la TV ha garantito la nascita e l’espansione del fenomeno Berlusconi, vent’anni dopo è la manipolazione della Rete che consente, a costi molto inferiori, di orientare l’opinione pubblica.

Il Blog delle Stelle, organo ufficiale del MoVimento, pubblica il 13 novembre 2017 a nome del partito un’intervista al Corriere della Sera di Davide Casaleggio, che parla di una ricerca condotta dalla sua azienda Casaleggio Associati.

Davide Casaleggio è anche presidente dell’Associazione Rousseau, che gestisce il medesimo Blog delle Stelle oltre alla piattaforma Rousseau, usata dal M5s per selezionare i propri candidati e scrivere il proprio programma.

Si concretizza così il conflitto di interessi di Casaleggio, che abbiamo denunciato in Supernova.

Il post, come detto, è firmato MoVimento 5 Stelle: oltre al fatto che venga utilizzato un organo di partito per fare pubblicità a un’azienda privata, sono anche stati usati soldi pubblici per farlo? È l’ufficio stampa del MoVimento che se ne è occupato?

Casaleggio sovrintende alla vita del primo partito del Paese, ne sfrutta l’immagine e, forse, le risorse allo scopo di promuovere se stesso e la sua azienda. A che titolo?

È come se l’ufficio stampa di Forza Italia diffondesse un’intervista di Confalonieri su Mediaset, o se quello del Partito Democratico facesse un comunicato sull’attività delle aziende di Tiziano Renzi.

La realtà dei fatti, peraltro, smentisce l’erede di Gianroberto quando sostiene di essere un semplice attivista che gratuitamente mette a disposizione del MoVimento il suo tempo libero. È una balla: non è un semplice attivista perché detiene gli strumenti di amministrazione e comunicazione del partito e perché, evidentemente, il partito — almeno in questo caso — ricambia facendo pubblicità a lui e alla sua azienda.

È ammissibile questa bugia? Cosa nasconde e cosa rivela? È tollerabile questo conflitto di interessi? C’entra qualcosa, ad esempio, il fatto che pochi giorni fa era stato organizzato dal MoVimento 5 Stelle al Parlamento Europeo un convegno proprio sullo stesso tema trattato dallo studio di Casaleggio Associati, di cui ha parlato il Blog in un post firmato David Borrelli?

Se il nuovo partito-azienda conquistasse Palazzo Chigi, chi ci garantisce che la sua rete di rapporti non sarà messa a disposizione del capo e della srl?

Immaginatevi la scena.

“Vendo protesi ortopediche, ho bisogno di una strategia sulla Rete per la mia azienda”.

“Certo, le interessa anche avere rapporti con il Ministero della Sanità, con il presidente della commissione? Io posso fornirle questo servizio, il mio concorrente no.

Gentili Direttori, comunque la pensiate su Silvio Berlusconi e sui suoi conflitti di interessi, questa notizia non può non essere considerata di rilevanza pubblica. Se si accetta — o peggio non si discute — il palese conflitto di interessi del primo partito di opposizione e del suo dominus, il MoVimento 5 Stelle e Davide Casaleggio, allora si deve necessariamente accettare anche quello di Berlusconi.

Qual è la vostra opinione? Dopo vent’anni abbiamo davvero accettato che un partito allergico al giornalismo possa insultare alcuni cronisti lo stesso giorno in cui utilizza la stampa — in questo caso una testata importante come il Corriere — per il vantaggio di interessi privati e particolari? Abbiamo davvero accettato che singoli individui possano esercitare un controllo di fatto sul primo partito del Paese senza efficaci contrappesi democratici, in questo caso addirittura perché il suo ruolo non è nemmeno ufficialmente definito né definibile?

Grazie dell’attenzione e del vostro tempo.

Marco Canestrari e Nicola Biondo