Rousseau 2030

Davide Casaleggio, per il momento, è lo sconfitto della crisi di governo. Stava lavorando agli ultimi due anni di legislatura, preparando il rientro sulla scena di Alessandro Di Battista. La crisi del governo Conte II era nell’aria da settimane, ma sembrava potersi risolvere con un terzo mandato dell’ex presidente del Consiglio, se non con un incarico a Luigi Di Maio.

Pochi si aspettavano che davvero Mario Draghi potesse venire chiamato dal Quirinale, anche se il suo nome circolava da quando aveva terminato il mandato alla Banca Centrale Europea.

Così, mestamente, Casaleggio due giorni fa si è trovato a dover comunicare i presunti dati del sondaggio su #Rousseau: circa il 60% ha dato il suo consenso all’appoggio al governo Draghi, prima che si conoscesse la lista dei ministri e quindi le forze politiche alleate.

Una sconfitta su tutta la linea di pensiero del Clan Casaleggio, che addirittura non molti anni fa pretendeva di poter annunciare i membri del governo prima del voto.

Sconfitto anche Alessandro Di Battista che si mette in pausa, una sorta di autosospensione dal Movimento Cinque Stelle, seguita da un insolito post di Casaleggio che tesse le lodi del suo prodotto (Dibba è un autore Casaleggio Associati da molti anni).

Insolita perché quasi mai l’Erede si era spinto a un endorsement così plateale verso un singolo attivista o parlamentare. L’ultima volta era stato con Luigi Di Maio, in maniera più simbolica: con un abbraccio esclusivo ai funerali di Gianroberto Casaleggio.

Segno che il nuovo accordo tra Di Battista e Casaleggio c’era e c’è. Di Battista, infatti, non ha mai detto di aver lasciato il M5s, ma di non parlare a suo nome e di non riconoscersi più in queste scelte, nel rispetto dei votanti sulla piattaforma.

Proprio la piattaforma esce “vincitrice” da questo passaggio: con il via libera alla grande ammucchiata, il passaggio su Rousseau diventa una consuetudine, accettata dai vertici della Repubblica e dall’opinione pubblica, partendo dai commentatori e dagli analisti politici.

Un rischio enorme. L’istituzionalizzazione di uno strumenti privato, non sicuro, manipolabile, manipolato dal fatto che il gestore controlla anche la propaganda del partito non porterà nulla di buono. Tanto più che l’infezione si estende ad altre forze politiche, come il partito democratico che ha detto di volere lanciare una piattaforma web per le primarie.

Da qui potrà ripartire Casaleggio, dalla centralità che il suo metodo ha acquisito in questi anni. La prossima scadenza importante sarà l’elezione del Capo dello Stato. Se nel 2013 la piattaforma (che ancora non si chiamava Rousseau) venne utilizzata da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo come clava contro Bersani, costringendo i partiti alla rielezione di Napolitano, il prossimo anno potrebbe significare la consacrazione definitiva con la selezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Stiamo di fatto accettando di piegare le consuetudini e i codici della Costituzione all’esigenza di un ente commerciale che vuole vendere il suo metodo. Salvo poche rare eccezioni, i watchdog non stanno sottolineando abbastanza il rischio insito in questa deriva. Non il Garante della Privacy, che ha cambiato gestione, non la maggioranza dei giornalisti che non comprende la gravità della situazione.

Con la Seconda Repubblica ci eravamo abituati a uno scontro binario tra forze alternative. Ancora oggi a ogni cambio di governo si contesta, da una parte o dall’altra, il fatto che parte della maggioranza non abbia vinto le elezioni e quindi non sia titolata a sostenere l’esecutivo. Ma la nostra Costituzione non prevede la “vittoria” di nessuno schieramento. Prevede l’elezione del Parlamento il quale, attraverso le proprie dinamiche politiche, dovrà formare una maggioranza. La Costituzione parla di gruppi parlamentari e partiti, non fa riferimento a soggetti esterni che possano accordare o negare il sostegno al governo.

Casaleggio e il Movimento selezionano il proprio personale politico affinché questo si adegui a decisioni prese all’esterno del Parlamento. In queste ore ci sono Parlamentari che fanno riferimento a questa ingerenza esterna per spiegare, o giustificare, la propria contrarietà al governo.

Ci sono, in Europa, esperienze simili: in Germania è accaduto che l’accordo di governo fosse sottoposto alla ratifica degli iscritti a uno dei partiti di una maggioranza insolitamente eterogenea. Quindi è possibile avere un approccio elastico, quando le circostanze lo richiedano. Ma non è questa la situazione: il Movimento pretende di istituzionalizzare questo innesto nel processo definito dalla Costituzione, con l’ambizione dichiarata di estromettere, un giorno, il Parlamento dal processo medesimo.

Voto dopo voto, Casaleggio sta riuscendo nel suo intento. Prima con singole norme, poi con il sostegno ai governi, domani con l’elezione del Capo dello Stato.

C’è un altro problema: il sistema è vulnerabile. Un voto elettronico remoto centralizzato è un obiettivo, un target. Soprattutto se diventa il fulcro delle decisioni che riguardano le Istituzioni dello Stato.

In gergo, si parla di aumento della superficie di attacco. Se un entità ostile intende manipolare la vita pubblica di un Paese, può agire utilizzando diversi strumenti e tattiche. Dal finanziamento di strumenti di propaganda (giornali online in lingua italiana come Sputnik e RT), alla corruzione di funzionari dello Stato, al dispiegamento di agenti dei servizi.

La piattaforma Rousseau rappresenta un ulteriore canale attraverso il quale soggetti ostili possono intromettersi nelle decisioni che riguardano la vita pubblica del nostro Paese. Come lasciare la porta di casa spalancata. È già stato dimostrato più e più volte che quando la piattaforma Rousseau viene violata, Casaleggio e il suo staff non sono in grado di accorgersene prima di convalidare i risultati delle consultazioni. Le contromisure sono sempre state prese con ritardo, accusando i gli esperti di sicurezza che segnalavano i potenziali abusi di tentativi di sabotaggio.

Un tema, questo, di cui dovrebbero occuparsi i servizi segreti. Delega governativa che, negli ultimi tre anni, è rimasta nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Un tema che, ove sia possibile, cercherò di portare all’attenzione del Tribunale di Milano durante il Processo al Sistema Casaleggio.

Perché Draghi va bene a tutti

Che il governo Draghi parta, ci sono pochi dubbi. Che nella coalizione non possa mancare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa, pure. Che la decisione non sia presa dai parlamentari ma fuori dal Palazzo è altrettanto chiaro.

La stampa riporta il colloquio preliminare tra Mario Draghi, presidente incaricato, e Beppe Grillo prima delle consultazioni. E pure Casaleggio si è precipitato a Roma non appena è fallito il tentativo del presidente della Camera Fico di resuscitare la vecchia maggioranza.

Questa fase, a prescindere dall’esito che avrà, ci è utile per un ripasso e un aggiornamento delle dinamiche del Movimento 5 Stelle.

Grillo e Casaleggio

Anzitutto è utile ribadire un concetto: il Movimento 5 Stelle è di fatto amministrato da due soggetti che non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. Non ci sono processi codificati che possano sostituire Grillo e Casaleggio dai rispettivi ruoli.

Queste due persone hanno interessi che nulla c’entrano con l’attività politica. Grillo ha il problema del figlio, Ciro, accusato di stupro di gruppo. Un problema privatissimo, certo, ma che ha già determinato due volte il rientro all’attività politica dell’attore genovese, prima quando è caduto il governo Conte I e adesso.

Le primissime dichiarazioni dei responsabili politici del Movimento, Crimi e Di Battista tra gli altri, puntavano a un fine legislatura di opposizione. Avrebbe avuto senso: si sarebbero posizionati come la Lega del 2011 col governo Monti e come lo stesso Movimento, all’epoca extraparlamentare. Opposizione dura, più semplice, meno impegnativa, certamente molto efficace per tirare la volata elettorale ad Alessandro Di Battista, che già pregustava la leadership del partito.

Poi Grillo parla, dopo mesi, e cambia tutto, scombinando anche i piani di Casaleggio che, come ripetiamo da settimane, si organizzava per una legislatura di opposizione al prossimo giro.

Casaleggio, come sappiamo, è abile a cambiare strategia quando cambiano le condizioni e, tutto sommato, questo nuovo assetto potrebbe non essere del tutto una cattiva notizia per l’Erede.

Come a Grillo, anche a Casaleggio – stando ai bilanci della sua società – giova stare in area di governo. Ma c’è di più. Affrettandosi a imporre, di nuovo, il voto su Rousseau per la ratifica della partecipazione del Movimento al governo Draghi, potrebbe ottenere un risultato insperato: istituzionalizzarsi.

Sarebbe il terzo governo che nasce perché una piattaforma privata, tecnicamente manipolabile e gestita in maniera non trasparente, viene utilizzata per la ratifica della decisione.

Siamo a un punto di non ritorno. È chiaro che la maggioranza che sosterrà Draghi sarà quella che dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato il prossimo anno (e questo è il motivo per cui tutti si sono affrettati ad appoggiare il nuovo governo): potrebbe essere il primo presidente della Repubblica selezionato da una piattaforma telematica e coinvolgendo un numero superiore di persone rispetto a quello stabilito dalla Costituzione.

La democrazia rappresentativa, in Italia, non è più a rischio. Siamo già di fronte a qualcosa di diverso. Siamo già di fronte a una forma di Stato diversa da quella disegnata dalla Carta quando non solo i governi ma la nomina della più alta carica politica non avviene secondo quanto stabilito dalla Costituzione della Repubblica.

L’istituzionalizzazione del Sistema Casaleggio potrebbe diventare il prezzo da pagare per la caduta del secondo governo Conte e la nascita del governo Draghi.

Roberto Fico

Due righe vanno spese per il presidente della Camera Roberto Fico. Un disastro. Ha iniziato la legislatura con uno scandalo, quando si scoprì che la sua colf veniva pagata in nero.

Non è stato in grado di portare a termine nessuno dei compiti a lui affidati dal Capo dello Stato. Nel 2018 fallì nell’impresa di formare un governo col Partito Democratico. Nel 2021 ha fallito nel non difficile compito di stabilire due o tre punti per proseguire l’esperienza di una maggioranza già esistente che aveva già iniziato un percorso di consolidamento dell’alleanza.

Il presidente della Camera è la personalità politica più scarsa per l’incarico ricoperto, peraltro assegnatogli da Luigi Di Maio per togliersi un avversario interno.

Un imbarazzo per le istituzioni e per sé stesso.

Giuseppe Conte

Nonostante i retroscena che parlano di tentativi di sabotaggio di Draghi da parte di Conte, credo che anche per il presidente dimissionario possa essere un’occasione.

Lascia il governo con consensi molto alti, quasi rimpianto, col capro espiatorio perfetto (Renzi) e appena prima che il disastro della sua gestione lo potesse colpire direttamente.

Il partito di riferimento, il Movimento 5 Stelle, è ancora carente di personalità politiche di livello, credibili come candidati capi di governo. È rispettato da tutte le correnti, così come dagli alleati, che ormai hanno alzato bandiera bianca e si sono consegnati mani e piedi a Casaleggio.

Due anni possono essere utili a costruire se non un partito almeno una lista di riferimento, che possa fungere da cuscinetto per giustificare con la base M5s una futura coalizione con la sinistra, o quello che ne resta.

Non può certo puntare al Quirinale, ma il capitale di consenso che conserva può essere impiegato nel 2023 con grande ritorno d’investimento.

Luigi Di Maio

Mettere nel curriculum “Ministro del governo Draghi I” sarebbe la consacrazione definitiva per Luigi Di Maio che gli permetterebbe di superare l’unico ostacolo tra lui e la rielezione: il limite dei due mandati del Movimento 5 Stelle. Con una carriera così veloce non credo per un solo minuto che Di Maio smetterà di fare politica a 36 anni dopo aver fatto il capo di partito, il presidente della Camera e due volte – forse tre – il ministro.

È chiaro che la prima scelta sarebbe una deroga a quella regola, restare nel Movimento, riprenderne la guida direttamente o per interposta persona e guidarlo al prossimo voto.

Ma l’alternativa potrebbe tranquillamente trovarla nella lista di Conte. Garantire a sé e alla manciata di fedelissimi che lo hanno accompagnato una rielezione giustifica il sostegno a Draghi, la fedeltà a Conte e perfino l’allontanamento dal Movimento se Di Battista dovesse diventarne la guida.

Alessandro Di Battista

Come ho scritto di recente, il destino di Alessandro Di Battista è nelle mani di Mario Draghi. Una provocazione ironica, che sottolinea come, alla fine, chi studia e ha le idee un po’ più chiare di come funziona il mondo determina le sorti anche degli aspiranti rivoluzionari da tastiera prodotti dalla Casaleggio Associati.

Ma, se vuole continuare a fare politica, Di Battista deve cedere alla realtà che, diversamente, lo travolgerà senza troppi complimenti.

La strada gliel’ha gentilmente tracciata Beppe Grillo: puntare sui temi, anche sparando cazzate, ma senza perseguire fallimentari tentativi rivoluzionari, che non possono più funzionare dopo cinque anni di governo di cui forse due guidati dall’incarnazione della migliore élite europea.

Grillo e Casaleggio dovranno convincere il nuovo frontman che ora è il momento del pragmatismo: c’è l’opportunità di tornare al governo anche la prossima legislatura. C’è la possibilità concreta per Di Battista di fare il ministro se saprà bilanciare il necessario realismo con le sue cazzate da post su Facebook.

Riuscisse a stabilire un armistizio con Di Maio, tutti potrebbero giovarne. Tutti a parte il Paese, s’intende.

Processo al Sistema Casaleggio

Come sapete, ho lanciato l’iniziativa “Processo al Sistema Casaleggio“, di cui potete trovare i dettagli qui.

Per sostenerla, ho attivato una raccolta fondi che, nel momento in cui scrivo, è sostenuta da 154 donatori che hanno versato £5.128 (in sterline perché vivo in UK). Era iniziata con un obiettivo di £3.000, raggiunto in pochi giorni, portato a £5.000, superato in poche ore. Adesso il nuovo target è £10.000. Se volete saperne di più e contribuire potete farlo da qui, o diffondere la voce!

Ho promesso di creare un archivio con tutte le informazioni sul Sistema Casaleggio che verrano usate. Un assaggio ve lo darò regolarmente, come per esempio questo articolo storico in cui Casaleggio si dichiara cofondatore del Movimento e conferma che le risorse della sua azienda sono usate per sostenere il partito.

Silvio scalda i motori

Ci sono alcuni segnali che preannunciano cambi nella maggioranza. Forza Italia manda segnali di disponibilità. La legislatura reggerà, nessuno si assumerà al responsabilità di andare al voto in piena pandemia, ma il governo Conte soffre per l’incapacità di governare la crisi e per lo scontro interno al Movimento Cinque Stelle.

Un audio di Alessandro Di Battista rende bene quale sia lo scontro: si tratta della regola dei due mandati. L’ex deputato e Casaleggio, su questo, stanno conducendo due campagne coordinate, e l’Erede ricorda che Vito Crimi resterà capo politico solo fino al 31 dicembre 2020.

Ne parliamo anche con Jonathan Targetti, con cui ho chiacchierato anche di +Europa, Renzi, Calenda.

Infine, un mio commento sulla gestione in occidente della pandemia: inserire il tempo, risorsa scarsa e preziosa, nell’equazione può aiutare a capire quali provvedimenti siano i più saggi ed efficaci.

Il ventriloquo Max Bugani

Max Bugani sarebbe un personaggio irrilevante, esisterebbe solo grazie al fatto che i giornali parlano di lui (cit.). Se non fosse che alcuni anni fa prese il contenuto di una conversazione riservata tra consiglieri del M5s e la consegnò a Gianroberto Casaleggio. Si parlava proprio di Casaleggio – nello specifico si proponeva di limitarne il potere nel partito. Gianroberto gradì molto: scrisse un post sul blog di Grillo, riportando la conversazione coi nomi oscurati. La minaccia, più che vagamente corleonese, funzionò. Quei consiglieri vennero espulsi e Bugani entrò nelle grazie del clan Casaleggio e fece molta carriera, nonostante la sua spiccata tendenza al fallimento.

Da sempre è socio di Davide Casaleggio nell’Associazione Rousseau. Quando parla, sta parlando Casaleggio. Quando assume un incarico, lo assume Casaleggio.

È stato nello staff di Di Maio a Palazzo Chigi e oggi è il capo staff di Virginia Raggi al Campidoglio, dopo aver lasciato il precedente incarico.

Già questo fatto segnala che Via Morone aveva digerito l’accordo con il Partito Democratico solo per convenienza. Questa legislatura può essere salvata, ma c’è bisogno di tempo per preparare la prossima, durante la quale Casaleggio può permettersi un ruolo di minore responsabilità, se non addirittura di opposizione.

Il modello è quello del noleggio dei seggi parlamentari a trecento euro al mese: possono essere 300, 150 o 100, è più importante che il personale politico rimanga di stretta osservanza casaleggiana, mentre adesso il gruppo è tenuto insieme dalla paura del voto, visto che molti non si possono ricandidare o non saranno rieletti.

La scelta di Casaleggio nelle parole di Max Bugani

Infatti, oggi sul Fatto Quotidiano Bugani svela parte della visione di Casaleggio. La sensazione è che sia “finito un ciclo” e che non si possa ripetere quanto fatto in questi quindici anni. Ci vogliono “linee politiche nuove e forti” e una diversa organizzazione perché il capo politico non può “avere su di sé un carico di responsabilità infinite”.

Salva infine Virginia Raggi, un “giocatore da tenere in squadra”.

Secondo Bugani-Casaleggio si “apre comunque una nuova fase”. Vedremo quali saranno le prossime mosse di Milano. Casaleggio è interessato a mantenere il flusso di denaro verso Rousseau a livelli sufficienti per il suo progetto.

Il taglio del parlamentari comporterà in ogni caso un taglio dei fondi e la strategia non potrà che puntare sulle regioni, altro bacino di seggi a pagamento. I prossimi anni potremmo dunque assistere un ripiegamento locale del Movimento, che magari passerà la prossima legislatura all’opposizione o defilato, per prepararsi al giro successivo.

La vittoria in Umbria per Di Maio e Casaleggio

Per tenere insieme il gruppo parlamentare, cioè per tutelare il proprio ruolo, Di Maio e Casaleggio hanno accettato di sostenere un candidato insieme al PD in Umbria. Nel commentare la sconfitta del partito dopo il voto di ieri, non si deve scordare la vittoria del gruppo dirigente. Il risultato, infatti, non avrà conseguenze sulla guida del Movimento, anzi.

Sul Blog delle Stelle si parla già di esperimento fallito, inteso come l’accordo col PD “organico”. Il “via libera” era stato dato dal voto sulla piattaforma, scaricando le responsabilità sulla base: questa è l’argomentazione più forte che Di Maio potrà portare in assemblea per mettere a tacere le poche critiche. La responsabilità sarà fatta ricadere su quella parte (molto piccola) del gruppo che, con pontiere Spadafora, da sempre cerca l’accordo col cadavere del PD.

Quegli stessi personaggi, come riporta il Fatto Quotidiano, avrebbero pronta una lettera da inviare a Casaleggio. I poveretti s’illudono che Davide possa essere in qualche modo dispiaciuto del risultato, ma così facendo lo legittimano, una volta di più, nel suo ruolo di proprietario e padrone, dimostrando non essere da soli capaci di aggredire la guida del ministro degli esteri e consolidando lo status quo.

Il Prestanome del Consiglio

Il Partito Democratico persevera nel suo patetico tentativo di romanizzare i barbari, facendosi barbarizzare dal milanese.

Se il tentativo, come pare, è quello di cercare di sbarazzarsi di Casaleggio pensando che Conte abbia una qualche propria personalità politica, o qualche voto, commettono almeno un paio di errori. Il primo è pensare che di Casaleggio ci si possa sbarazzare. Non succederà, o almeno non in questo modo. Il partito è costruito in modo che possa cambiare pelle velocemente, Casaleggio ha dimostrato grande capacità di adattamento. Inoltre, c’è la fila di personale politico pronto per essere speso a livello nazionale che si sta formando silenziosamente nelle istituzioni locali e arriverà in parlamento (magari dopo un giro all’opposizione) più preparato degli attuali dirigenti.

Il secondo è non capire l’origine della popolarità di Conte negli ambienti finanziari e industriali: è Casaleggio che garantisce. La rete di contatti che gli deriva dal proprio business e dalle cene, chissà quanto eleganti, organizzate dall’Associazione Gianroberto Casaleggio, gli hanno consentito di acquisire influenza e garantire per il Prestanome del Consiglio.

Quando cesserà l’esigenza, cesserà questa garanzia. Casaleggio e Di Maio possono ancora dormire sonni tranquilli.

È partita la fase tre del Movimento di Casaleggio

Sabato è partita la Fase tre del movimento di Casaleggio. La prima può essere identificata con i V-Day e le prime liste civiche; la seconda con lo sbarco in Parlamento e il governo con Salvini. La terza è stata formalizzata sabato e domenica scorsi.

Ogni passaggio di fase si può identificare con un fatto molto preciso e circostanziato: i vertici, Grillo e Casaleggio (prima Gianroberto e ora Davide), si liberano di zavorre che sono inutili per proseguire il percorso.

È una tecnica ben rodata ideata da Gianroberto Casaleggio ai tempi del Blog di Beppe Grillo: all’epoca, ogni tanto scriveva un post molto divisivo. Poteva essere sbilanciato a destra o a sinistra e serviva per allontanare chi non era intenzionato e seguire ciecamente la strada tracciata. Un giorno pubblicò un post razzista, che parlava dell’invasione dei “Rom della Romania” – peraltro la locuzione è specificatamente di Davide: mi disse che serviva per “liberarci di un po’ di questi sinistrorsi che infestano i commenti”.

Linguaggio familiare vero? L’invasione ricorda Salvini, no? E il termine “infestare” lo usa Trump con riferimento alle persone di colore.

Dalla fase uno alla fase due

Il primo passaggio di fase, lo abbiamo raccontato in Supernova, avvenne tra il 2012 e il 2013. Partito di Casaleggio si preparava per lo sbarco in Parlamento e serviva fare pulizia. Approfittando della vicenda di Giovanni Favia, che in uno sfogo registrato fuori onda denunciava quello che oggi conosciamo come il Sistema Casaleggio, Grillo fece un video ridicolo, contraddittorio e feroce: “fuori dalle palle chi pensa che io non sia democratico”. Alcuni se ne andarono prima del voto, altri furono espulsi dai gruppi parlamentari con una epurazione di massa mai vista prima nel primo anno di legislatura.

Dopo il voto europeo del 2014 i tempi erano maturi e il famoso “Direttorio” prese il controllo del partito, sottraendolo a Gianroberto, malato e fragile, con l’aiuto del figlio Davide che manovrava nell’ombra, costruendosi un ruolo e un’organizzazione con l’eredità.

Il primo cambio di fase è coinciso anche con la creazione di un’associazione Movimento 5 Stelle parallela rispetto alla prima (la vecchia “non-associazione”) da parte di Grillo, il suo commercialista e il suo avvocato-nipote.

Dal Direttorio, Luigi Di Maio prende di fatto il controllo del partito e alla fine del 2017 inizia il secondo passaggio di fase, che Di Maio e Casaleggio hanno formalizzato nel weekend passando alla fase tre del Movimento.

La fase tre

Anche in questo caso c’è una nuova struttura, un’altra associazione “Movimento 5 Stelle” fondata stavolta da Di Maio e Casaleggio, che affianca l’Associazione Rousseau. Lo statuto, scritto da Luca Lanzalone, mette all’articolo uno la creatura di Davide come unico fornitore possibile per la comunicazione.

Sabato è arrivata pure l’inizio dell’epurazione, in modalità che ricordano un po’ le minacce corleonesi: “mando il mio saluto ad Alessandro [Di Battista]. Gli ex ministri assenti sbagliano a non venire”, ha detto il padrone della baracca, Davide. Un messaggio chiaro: adesso siamo noi lo Stato. E si fa come dico io, chi non è d’accordo fuori dalle palle (cit).

Domenica Di Maio ha chiarito meglio gli obiettivi: stare al governo sempre, in ogni caso. Il che ha perfettamente senso: è il modo migliore per Casaleggio per ottenere vantaggi, come l’invito all’ONU per pubblicizzare le sue attività di poche settimane fa.

La Fase Tre, come dicevo, è iniziata: è quella in cui il Sistema Casaleggio governa, gli altri fanno da gregari e Casaleggio nomina i suoi ai vertici dello Stato. Di Maio, vedrete, resterà sulla scena: è con lui che Casaleggio ha l’accordo che gli permette di drenare soldi dai parlamentari lasciando a secco il partito.

Grillo, Casaleggio, Di Maio e le tre associazioni del M5s

L’avvocato Lorenzo Borrè, che difende molti attivisti del Movimento espulsi dal partito, ha scritto un lungo articolo per spiegare l’assurdità dell’organizzazione del partito di cui si contano ben tre associazioni M5s.

L’abbiamo documentato anche nel nostro libro Il Sistema Casaleggio io e Nicola Biondo: attorno al Movimento c’è un groviglio di soggetti giuridici che serve per confondere elettori e autorità, utile solo a consentire a Casaleggio e Di Maio a tenere le mani su dati e soldi.

Spiega Borrè che ci sono tre associazioni denominate “Movimento 5 Stelle”. Una fondata nel 2009, quella del famoso non-statuto. Una fondata nel 2012 con lo scopo di presentarsi alle politiche del 2013: soci sono Grillo, suo nipote, il suo commercialista. Una, infine, fondata nel 2017 da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio.

Vi suggerisco di leggere con attenzione il racconto di Borrè. È molto lungo e complesso, come lo è questa vicenda. In sintesi, Tra il 2009 e il 2018 i vertici del Movimento sfruttano il marchio e gli strumenti di comunicazione a proprio piacimento, in violazione delle norme civili sull’associazionismo. Escludendo candidati, espellendo attivisti, eleggendo consiglieri, deliberando il programma, sfruttando il sito movimento5stelle.it per la propaganda.

Nel tempo, anche grazie all’Avvocato Borrè, la magistratura stabilisce l’illiceità di numerosi di questi comportamenti, che avvengono in violazione soprattutto dei diritti degl’iscritti al primo Movimento, quello fondato nel 2009.

Casaleggio e la gestione dei dati

Aggiungo io: tra il 2016 e il 2017 l’intervento del Garante della Privacy ha stabilito un ulteriore piano di confusione. Davide Casaleggio e Beppe Grillo hanno gestito i dati del Movimento del 2009 come se fossero di proprietà dell’associazione del 2012. Inoltre, nel passaggio all’associazione Rousseau dalla Casaleggio Associati, non vengono avvisati correttamente gli utenti del cambio del titolare del trattamento. Il Garante si rivolge a Casaleggio in qualità di presidente di Casaleggio Associati. Casaleggio replica in qualità di presidente di Rousseau, salvo poi consegnare la documentazione richiesta tramite la casella email certificata proprio di Casaleggio Associati. Un disastro. Infatti Rousseau paga multe prima per 30.000 poi per altri 50.000 euro.

Tra le irregolarità contestate, il Garante rileva il fatto che nessuno ha di fatto l’autorizzazione alla gestione dei dati. A Rousseau viene concessa una mediazione: utilizzare i dati già posseduti per chiedere nuovamente il permesso al trattamento.

Le due associazioni M5s vampirizzate dalla terza

Casaleggio e Di Maio colgono l’occasione, fondano l’associazione Movimento 5 Stelle del 2017. Attraverso il database iscritti del 2009 contattano tutti gli utenti, gli chiedono di aderire al “nuovo” Movimento ed escludono chi non sottoscrive dalla piattaforma Rousseau.

Come spiega Borrè, Casaleggio e Di Maio vampirizzano tutte le realtà precedenti, utilizzando logo e strumenti, lasciando senza possibilità di ottenere giustizia gli espulsi dalle precedenti associazioni. Di Maio diventa capo politico, Casaleggio fa inserire Rousseau nel nuovo statuto per assicurarsi un fiume di denaro dai parlamentari.