Casaleggio sul Corriere. Parte 1 di 7: la rappresentanza

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Il 17 settembre 2019 il Corriere della Sera pubblica una lettera di Davide Casaleggio dal titolo “I paradossi della democrazia”.

Non è un’intervista, non è accompagnata da riflessioni di intellettuali, giuristi o giornalisti. Casaleggio scrive, il Corriere pubblica. È importante replicare, raccogliere la sfida di Casaleggio perché, credetemi, è semplice vincerla. Davide Casaleggio non è interessato alla politica o alla democrazia. È un pensatore intellettualmente timido, che infatti rifiuta e teme il confronto. Gli vanno però riconosciute due qualità: capacità di adattamento e pazienza. Pubblicare una lettera simile sul Corriere serve a ribadire il suo ruolo apicale nel Movimento e a guidare un dibattito che, in realtà, nemmeno esiste. Casaleggio vuole creare uno spazio tutto suo per poter essere, al suo interno, il dominus.

Vi segnalo alcuni commenti prima di aggiungere il mio, che sarà lungo: per ogni “paradosso” – Casaleggio ne ha elencati sette – farò un post e un video. Li trovate su Next Quotidiano, sul Foglio, sull’Huffington Post e su U&B.

La cittadinanza digitale

Davide, dicevo, vuole creare uno spazio di discussione per dominarlo. È quello di un tema sostanzialmente inesistente che dichiara nell’incipit: l’era della cittadinanza digitale ci farebbe precipitare in un dilemma, cioè se sia opportuno utilizzare la tecnologia per soppiantare i processi democratici che abbiamo costruito in centinaia di anni di evoluzione sociale.

In realtà il dilemma è già stato risolto, almeno in buona parte del mondo: stiamo già usando la tecnologia per migliorare i servizi di cittadinanza. L’Italia certamente ha molto da fare ancora, ma in molti paesi il rapporto dei cittadini con lo Stato e i suoi servizi è quasi completamente digitale. Io vivo nel Regno unito e non ho mai dovuto mettere piede in un ufficio pubblico, eccezion fatta per la richiesta dell’equivalente del codice fiscale, per cui è prevista la presenza fisica al Job Center.

L’uso della tecnologia semplifica e razionalizza i processi e i servizi, ma l’anagrafe è sempre l’anagrafe, una denuncia rimane tale anche quando si fa per via telematica, prendere appuntamento sul sito del comune o al telefono non cambia la sostanza dell’esigenza.

Il perimetro della rappresentanza

Casaleggio vuole andare oltre: cambiare dalle fondamenta la struttura della nostra democrazia, del concetto di rappresentanza e di responsabilità. In ogni settore, dai consigli di amministrazione ai parlamenti. Dice: “Il rappresentato dovrebbe decidere sempre, salvo quando lo può fare solo il suo rappresentante”.

Perché Casaleggio pone questo problema? Perché possiede un ente commerciale, l’Associazione Rousseau, che opera in questo settore: la digitalizzazione dei processi decisionali. Non è un soggetto economicamente neutrale, ha l’interesse a promuovere la necessità di digitalizzare i processi decisionali, il voto per esempio, per il proprio tornaconto economico.

Ciò detto, cosa significa “quando lo può fare solo il suo rappresentante”? Chi decide, qual è il discrimine? Tutti possono votare su tutto, sempre?

La tesi di Casaleggio è che la rappresentanza sia stat necessaria perché risolveva il problema dell’efficienza decisionale “non all’incompetenza nel saper decidere cosa è meglio”. È falso. La teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero, la teoria economica ci spiegano che una decisione ottima può essere presa solo quando il decisore può accedere alla totalità delle informazioni. Casaleggio, peraltro, dovrebbe saperlo essendo un bravo scacchista e avendo studiato economia.

La necessità della rappresentanza

Abbiamo bisogno di rappresentanti perché servono persone che impieghino il proprio tempo a studiare i problemi, sempre più complessi, nel modo più approfondito possibile. Per trovare soluzioni, prendere decisioni nell’interesse dei rappresentati, assumendosene la responsabilità. La democrazia parlamentare – quella che Casaleggio vuole superare – permette di dare voce a tutte le istanze della società e a tutte le diverse opinioni su come risolvere i problemi. Le democrazie più avanzate tutelano le minoranze: un’idea, una soluzione condivisa da una minoranza può essere migliore di una, opposta o complementare, sostenuta da una maggioranza.

Il modello che propone Casaleggio prevede che le decisioni siano prese da tutti, a maggioranza. Ma nessuno può capire, conoscere, analizzare i problemi al meglio. Sarà politicamente scorretto da dire, ma la maggior parte delle persone non ha gli strumenti culturali per capire i problemi, immaginare soluzioni, prendere decisioni. Spesso nemmeno per se stessi, figuriamoci per la collettività.

Come scrive il Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè su Il Foglio nel suo articolo “Rousseau e peggio di Cambridge Analytica“: “La lunghezza della domanda ha impatto sulla capacità di comprensione del quesito. Molte ricerche empiriche evidenziano che le domande con più di 16 parole hanno difficoltà a essere pienamente comprese. La forma grammaticale, la semplicità e la specificità del quesito hanno effetti sulla capacità di comprensione di chi è chiamato a votare. La stessa scelta delle modalità di risposta è potenzialmente distorsiva”.

Certo, la rappresentanza presenta numerosi difetti, non ultimo il fatto che selezionare buoni rappresentanti non è affatto semplice. Ma la semplice delega, in luogo della rappresentanza, è un sistema peggiore.

La democrazia diretta che immagina Casaleggio prevede che le decisioni siano prese da persone impreparate, e che nessuno si assuma mai la responsabilità di nulla e che le idee minoritarie siano a priori scartate. A chi giova? Ora lo vediamo.

La democrazia diretta è un pacco

Com’è noto, Casaleggio sostiene la causa della democrazia senza intermediazioni. Negli anni questo si è tradotto, nella pratica del Movimento 5 Stelle, con il tentativo di delegittimare tutte le rappresentanze, dai sindacati ai partiti, come pure i soggetti controllori, dal giornalismo fino, ultimo caso, al Garante della Privacy Antonello Soro.

La verità, nella pratica, è che la disintermediazione non esiste. È una balla o, come si dice oggi, una fake news.

Si parla di disintermediazione anche in campo commerciale: i grandi negozi online, per esempio, avrebbero disintermediato gli acquisti eliminando il passaggio intermedio del negozio fisico. In realtà, grosse realtà come Amazon non hanno eliminato l’intermediazione ma l’hanno accentrata sui propri sistemi digitali.

Esattamente come accade con la piattaforma Rousseau di Casaleggio. Il rapporto tra eletto ed elettore non è disintermediato: il mediatore unico è Rousseau che gestisce la selezione dei candidati, la comunicazione (tramite il Blog delle Stelle), la formazione politica, come di recente hanno iniziato a fare. Tutto è accentrato nelle mani di Casaleggio che, peraltro, si è autoproclamato intermediario unico senza la ratifica della comunità di Rousseau.

Non scelte, ma ratifiche

Il Prof. Paolo Gerbaudo, nel suo libro “Il Partito Digitale”, sottolinea come nella sostanziale totalità dei casi, non solo per quanto riguarda la piattaforma Rousseau, i voti non producono scelte. Servono a confermare decisioni prese dai dirigenti. Succede nel Movimento, ma pure in Podemos, ad esempio. Quella che Gerbaudo definisce la “superbase” conferma la decisione del “superleader”, che accresce e consolida il proprio potere tramite un processo che, contemporaneamente, lo deresponsabilizza. Il superleader è infallibile perché ha il compito di eseguire la volontà della base. Ma, si è dimostrato, la base approva sempre l’operato del superleader. Un circolo vizioso in cui gli strumenti digitali tendono a far emergere non già i dirigenti che sanno prendere le decisioni migliori ma quelli che sanno meglio sfruttare il processo.

Nel caso di Rousseau, il superleader è quello che meglio interpreta anche l’esigenza dell’intermediario unico, un imprenditore con interessi economici e commerciali anche nel settore della democrazia digitale.

Nel prossimo articolo affronteremo il secondo “paradosso”, quello che Casaleggio chiama “Luddista con lo smartphone”.

La strana storia dell’Associazione Rousseau

Vale la pena ricordare la storia della Associazione Rousseau. Casaleggio, con una lettera sul Corriere, apparecchia la sua visione di democrazia e col il suo Movimento 5 Stelle, dal governo, si propone di attuarla. Nei prossimi giorni commenterò punto per punto la sua riflessione.

Non ci sono state molte risposte meditate, organiche, ragionate. Pochi commenti all’articolo del proprietario del primo partito di governo che immagina di sbarazzarsi del parlamento e delle rappresentanze.

Forse non ve ne siete accorti, ma sta già succedendo. Il Movimento 5 Stelle ha preteso, nel programma del nuovo governo, che si approvi la riduzione dei parlamentari. Viene fatto senza uno studio sulle conseguenze rispetto ai processi democratici che coinvolgono il Parlamento. La prima picconata di Casaleggio verso la sua visione di democrazia senza rappresentanti, quindi senza responsabilità.

Ha senso, quindi ricordare come Casaleggio abbia implementato nella sua sfera d’influenza questa visione. Le motivazioni e le conseguenze le ho spiegate in questo articolo: i soldi che servirebbero al partito per portare avanti le proprie iniziative politiche sono di fatto “dirottati”. In parte verso l’Associazione Rousseau, ente commerciale privato di Casaleggio; indirettamente anche verso Casaleggio Associati, azienda privata di Casaleggio.

La storia, soprattutto la nascita, dell’Associazione Rousseau è altrettanto interessante e l’abbiamo raccontata più diffusamente ne “Il Sistema Casaleggio“.

Come nasce l’Associazione Rousseau

Alla morte di Gianroberto Casaleggio, nell’aprile 2016, il figlio Davide lancia la piattaforma Rousseau, lascito del padre, strumento che il Movimento userà per gestire i propri processi democratici interni. Allo stesso tempo, annuncia la nascita dell’omonima Associazione Rousseau. Stando alle prime dichiarazioni riportate sul Blog delle Stelle avrebbe dovuto essere un ente provvisorio, il tempo di creare un fondazione nel nome di Gianroberto Casaleggio. Non è mai accaduto, era una bugia.

Come per primo ha scoperto Luciano Capone, raccontandolo in un articolo su Il Foglio, i Casaleggio fondano l’Associazione l’8 aprile 2016, nella clinica in cui era ricoverato Gianroberto Casaleggio per un tumore al cervello in fase terminale. L’atto notarile che costituisce l’Associazione stabilisce pure che il presidente possa essere scelto solo tra i soci fondatori, che sono due. Uno dei quali sarebbe morto quattro giorni dopo.

Prima domanda: visto che tutte le attività relative al Movimento erano in capo a Casaleggio Associati, di cui Davide Casaleggio era socio e avrebbe acquisito le quote, perché costituire un’associazione mentre Gianroberto moriva?

Seconda seconda: qual era lo stato psicofisico di Gianroberto al momento della firma dell’atto, poche ore dopo essere stato colpito dall’ictus per cui era ricoverato?

Gianroberto contro Gianroberto

Domande che sorgono soprattutto alla luce di quanto era successo il giorno precedente, il 7 aprile 2016. Su La Stampa, Jacopo Iacoboni aveva pubblicato un articolo in cui raccontava che la gestione del Movimento sarebbe passata di padre in figlio, date le precarie condizioni di salute del primo, da tempo malato. La reazione è violenta e scomposta.

Gianroberto Casaleggio pubblica sul Blog di Grillo / Blog delle Stelle una secca smentita nella quale definisce Iacoboni uno “sciacallo”. È l’unica volta che Gianroberto parla di propria spontanea volontà di sui figlio Davide, e lo fa per smentire che voglia passargli la gestione del suo partito. Anche in questo caso non si capisce quali siano le reali condizioni di salute di Gianroberto: quando è stato colpito dall’ictus? È lui che verga quel testo?

Ma soprattutto: come mai l’8 aprile 2016 compie un atto che smentisce quando da lui stesso affermato solo 24 ore prima?

Casaleggio, Rousseau e la compravendita dei seggi

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Facciamo un bel respiro e cerchiamo di mantenere la calma. Ce ne vuole molta, perché con l’appoggio al nuovo governo, il Partito Democratico legittima il Sistema Casaleggio e la sua compravendita dei seggi.
Allora, è il caso di ricordare per un attimo cosa sia, il Sistema Casaleggio. Avremo tempo e modo di parlare di nuovo della piattaforma Rousseau, ma credo che il salto di qualità, ora, riguardi le implicazioni istituzionali di questa scelta idiota di Renzi e dei suoi compagni di partito.
I democratici hanno trattato, nelle ultime settimane, un accordo di governo coi loro colleghi parlamentari del Movimento 5 Stelle. Chi sono questi parlamentari del Movimento?

Entrare in Parlamento

Soprattutto nell’ultima tornata, il Movimento ha eletto parlamentari con scarsa, quando non inesistente, storia di militanza. Per esempio, la parlamentare che nel libro “Il Sistema Casaleggio” ci ha raccontato come sia stata eletta per puro caso, perché a Capodanno 2018 aveva la febbre. Com’è possibile? Grazie al metodo di selezione inventato e gestito da Casaleggio.
Per assicurarsi un seggio, basta iscriversi alla piattaforma Rousseau e attendere un’elezione. Con una manciata di voti di altre persone iscritte, ci si può candidare. Una volta eletto, il Sistema Casaleggio chiede il versamento di 300 euro al mese all’Associazione Rousseau, ente commerciale di proprietà di Davide Casaleggio e tre suoi amici. Non molto, a fronte di uno stipendio assicurato per 5 anni di circa 120.000 euro all’anno, più benefit.

La compravendita dei seggi

Casaleggio tramite la sua piattaforma mette a disposizione di chiunque un numero variabile di seggi. Variabile, perché dipende da quanto Casaleggio è bravo a raccogliere consenso per il Movimento tramite il Blog delle Stelle.
Il partito, infatti, ha delegato con il nuovo statuto tutto a Rousseau. A Casaleggio.

Casaleggio ha fondato e controlla un partito che usa per noleggiare i seggi parlamentari per 300 euro al mese.

Bisognerà partire da qua per costruire, chi desidera farlo, una nuova opposizione al Sistema Casaleggio.

Cari rider, parlate con Casaleggio

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Il sindacato dei “rider”, i fattorini che consegnano cibo a domicilio tramite servizi come Deliveroo, UberEats, JustEat, cerca da mesi di ottenere dal governo soluzioni al problema dei propri rappresentati. In breve, si chiedono nuove regole per l’inquadramento lavorativo.

Non entro nel merito della questione, ma voglio segnalare un errore di metodo: cari rider, sbagliate interlocutore.

Non cercate Di Maio ma Davide Casaleggio, il presidente dell’Associazione Rousseau che raccoglie milioni di euro dai parlamentari del Movimenti per gestire le anagrafiche, gli strumenti di comunicazione, le liste di candidati del partito attraverso l’omonima piattaforma. Casaleggio, ci raccontano le recenti cronache, è il fondatore del nuovo Movimento governativo e ne è di fatto amministratore unico secondo l’articolo 1 dello Statuto del partito attraverso la sua associazione privata Rousseau di cui è presidente e tesoriere. Non c’è peraltro modo di sostituirlo in questo ruolo: non risponde al partito, risponde solo a sé stesso. Di Maio passa, Casaleggio resta.

Ma non è per questo che dovreste parlare con l’Erede. Mentre voi cercate il tavolo con il governo nella persona del ministro Di Maio, con scarsi risultati, una delle aziende principali che rappresentano la vostra controparte parla – eccome – con l’amministratore unico del partito del ministro. Deliveroo è infatti sponsor dell’azienda di Casaleggio per il suo studio sull’economia digitale.

Non è Di Maio che comanda, ne Movimento. La domanda è: Di Maio è libero nelle decisioni che prende su questo argomento? Si pone il problema del suo collega fondatore che ha rapporti commerciali con una delle aziende che deve regolamentare? Si consulta con Casaleggio? E se lo facesse, i consigli che riceve che interessi servono?

Sono queste le domande che dovreste porre e dovreste chiedere di porre a Di Maio e Casaleggio.

Stadio: il Sistema Casaleggio nasce a Roma

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È notizia di queste ora che la sindaca di Roma Virginia Raggi è indagata per la vicenda dello stadio di Tor di Valle, per la quale furono già arrestati Luca Parnasi e Luca Lanzalone.

Lanzalone, ricordiamolo, è quell’avvocato che dopo aver collaborato con l’amministrazione 5 Stelle di Livorno venne mandato a Roma per seguire importanti dossier. Tra cui, appunto, quello dello Stadio. Lanzalone è anche colui che, materialmente, scrive il nuovo statuto del Movimento 5 Stelle. Quello statuto che, all’articolo uno, assegna all’associazione Rousseau di Davide Casaleggio il compito di gestire il partito. In virtù di questo articolo, Casaleggio tramite Rousseau raccoglie e amministra milioni di euro per conto del Movimento, in totale autonomia.

In questo contesto, è davvero singolare che si sia persa traccia di una notizia: a febbraio 2017, quando ancora non si sapeva chi fosse Lanzalone, ci fu un incontro importante. Era il periodo in cui si doveva decidere la sorte del progetto stadio, il periodo del Francesco Totti di “famo sto stadio”, dell’hashtag #unostadiofattobene… insomma, grande pressione, grande incertezza. A risolvere la situazione scendono a Roma Beppe Grillo e, guarda un po’, Davide Casaleggio. Le cronache dell’epoca parlano di “vertice risolutivo”, Casaleggio viene accompagnato da Loquenzi e Casalino (all’epoca capi della comunicazione del partito). Ma Casaleggio che c’entra?

Possibile che non ci si ricordi di questo dettaglio così decisivo?

Casaleggio è il dominus del partito, ne gestisce l’amministrazione, i soldi, i processi democratici. Suo padre e Beppe Grillo avevano siglato un “contratto” con i candidati al comune di Roma che imponevano il via libera preliminare “dello staff” per qualsiasi atto di alta amministrazione. Cosa ci faceva Davide Casaleggio al “vertice risolutivo” sulla vicenda dello Stadio della Roma?  Qualcuno si sta occupando di capirlo?

ESCLUSIVO: la multa del Garante a Rousseau l’ha suggerita… Casaleggio!

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Lo so, scusate. Sembra un titolo sensazionalistico acchiappa clic ma, come vedrete, non è così.

Riassunto delle puntate precedenti: il 4 aprile 2019 il Garante per la tutela dei dati personali multa per 50.000 euro l’Associazione Rousseau. Il motivo, in sintesi, è che la piattaforma è insicura. I suoi gestori, Davide Casaleggio e chi lavora con lui, non hanno adottato le migliori pratiche per la gestione dei dati degli utenti e non hanno ottemperato completamente alle prescrizioni dello stesso Garante. Hanno violato la legge, quindi viene comminata una sanzione.

Ovviamente, la risposta è una starnazzante accusa all’ufficio del Garante di aver politicizzato la pratica, respinta giustamente al mittente. La documentazione che si può visionare facendo un accesso agli atti parla chiaro: ci sono inoppugnabili limiti tecnici e manageriali da parte di Rousseau e Casaleggio. Non sono in grado di gestire quel progetto, hanno violato la legge e non sono stati in grado di mettere al sicuro i dati sensibili degl’iscritti al Movimento 5 Stelle (senza punti di domanda, davidavi, contento?).

Ebbene, siamo in grado di pubblicare il motivo che ha portato il Garante a quelle conclusioni: gliel’ha detto Casaleggio.

Nel corso dei due anni d’ispezione ci sono stati numerosi scambi di comunicazioni tra Rousseau e il Garante. Una delle prescrizioni imposte all’Associazione era che fossero svolti dei test per verificare la sicurezza dopo gli interventi suggeriti per migliorare la piattaforma. Questi test sono stati svolti: Casaleggio ha pagato ben due società esterne, terze, imparziali. Casaleggio aveva comunicato di aver fatto svolgere tali test, ma non aveva inviato l’esito. Nel provvedimento del 21 dicembre 2017 il Garante sollecita: “[serve] l’indicazione dell’operatore (società o professionista) che ha condotto l’assessment e degli esiti di tale attività in forma di report tecnico”. Rousseau aveva detto di aver fatto svolgere le prove, ma non aveva detto quale fosse l’esito. Per un buon motivo.

Come dimostra il documento che pubblichiamo, l’esito era disastroso.

Le due società incaricate rilevano “l’esistenza di problematiche strutturali negli applicativi testati” (la piattaforma Rousseau) consigliando di revisionare completamente il codice e di condurre altri test. La conclusione è chiara: “the security posture of the internet-facing web pages was found to be out of line with industry best practices”. Tradotto: “l’approccio alla sicurezza delle pagine esposte in rete è risultato essere inadeguato rispetto alle migliori pratiche del settore“.

Insomma, Casaleggio è obbligato a condurre test di sicurezza, paga due società per svolgere questa attività e siccome l’esito è un disastro ritarda la consegna dei rapporti al Garante. Sollecitato li produce, certificando lui stesso la violazione delle norme che gli veniva contestata.

Ora la strategia è quella di dire “la piattaforma è cambiata”. Occhio: allarme supercazzola. Se bastava un anno e mezzo per rifarla da zero come mai ce ne hanno messi dieci per produrre la prima versione? La risposta la dà sempre il Garante: “le dichiarazioni dell’Associazione Rousseau in ordine a misure asseritamente migliorative che sarebbero state adottate sono giunte, via mail, ad istruttoria già chiusa, il giorno precedente l’adozione definitiva del provvedimento e senza alcuna documentazione a sostegno. Tali misure risultano comunque ininfluenti ai fini delle pregresse criticità evidenziate e sanzionate nel provvedimento”.

Non serve che entrino i clown: sono già in scena. Sipario.

La blockchain di Casaleggio è una fuffa

Nel weekend Davide Casaleggio ha annunciato in pompa magna che “il voto su blockchain è realtà“. Ha subito precisato che però non è realtà: è solo uno stadio embrionale di codice che tutti possiamo visionare.

Addirittura aveva organizzato, in seno al “Villaggio Rousseau” che si è svolto a Milano, una “hackathon”. Doveva essere una competizione tra sviluppatori informatici alla fine della quale premiare le migliori idee per la democrazia diretta. Purtroppo, inspiegabilmente, la gara è andata completamente deserta. Non si è presentato nessuno. Chi l’avrebbe mai detto.

Il buon David Puente è però riuscito a capire dove trovare questo fantomatico codice. Lo potete trovare su GitHub, un servizio grazie al quale si può collaborare allo sviluppo di software.

Bene, allora c’è davvero il voto su blockchain!!! No. Niente, nemmeno stavolta.

Quello che hanno caricato è ciò che hanno chiamato una “Proof of Concept”, una porzione di codice in fase embrionale per dimostrare che ciò che dicono si possa fare. Come però fa notare il tecnico Fabrizio Carimati ciò che hanno pubblicato è un altro progetto, già esistente e già superato, a cui hanno cambiato il nome in “voting-chain”.

Carimati sottolinea pure che Casaleggio e Rousseau stanno commettendo gli stessi errori del passato. Invece di contribuire a un progetto esistente, stanno prendendo del codice e iniziando un nuovo sviluppo partendo da lì (tecnicamente si chiama “fork”). Così precludendosi la possibilità di aggiornarlo in futuro per correggere errori, problemi di sicurezza e migliorie apportate dalla comunità, proprio come avevano fatto col blog di Grillo e la piattaforma Rousseau. Recidivi.

Infine, il responsabile del progetto Vincenzo Di Nicola ha dichiarato (per semplificare) che non sarà una blockchain pubblica ma l’autenticazione e identificazione degli utenti saranno sempre in capo all’Associazione Rousseau. Auguroni.

Il voto su Salvini non è una svolta

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Due giorni fa ho spiegato quali sono state le difficoltà tecniche di Rousseau, perché non sono risolvibili e soprattutto cosa dovrebbero chiedersi parlamentari e attivisti del Movimento: cosa ci fa Casaleggio coi soldi se la piattaforma fa così schifo?

Oggi vediamo quali sono le conseguenze politiche del voto che ha evitato il processo a Salvini, l’alleato di governo del partito di Di Maio. O meglio, cosa certifica quel voto: perché l’esito è un punto d’arrivo, non una svolta inaspettata.

Almeno non per chi da parecchi anni, ormai, vede il M5s per quello che è: il ramo d’azienda politico di un Sistema gestito da Davide Casaleggio. Il M5s è stato scalato, trasformato e modellato sulla base di un’agenda completamente diversa da quella di suo padre.

Se prendiamo per valido l’esito del voto, 60% a favore del salvacondotto a Matteo Salvini, significa che non solo il partito ma pure la sua base è stata rimodellata. Ripeto, non che sia una novità. Io e Nicola Biondo nel nostro libro Supernova abbiamo descritto per filo e per segno il processo di mutazione.

È un processo iniziato subito dopo lo sbarco in Parlamento nel 2013 che si è concluso nel 2017 dopo la morte di Gianroberto Casaleggio. Il partito è stato scalato da un gruppetto di giovani arrivisti, con l’aiuto decisivo di un paio di funzionari di partito che, da Milano, hanno agevolato e guidato la transizione.

A cominciare dalla costituzione del Direttorio: già lì era chiaro dove si andava a parare.

Il voto su Rousseau che permette a Salvini di evitare il processo è l’esito naturale del percorso. Non è vero che i parlamentari siano scollati dalla base: gl’iscritti e soprattutto gli elettori sono in perfetta sintonia, almeno la maggioranza di loro (inteso sia i parlamentari che gl’iscritti). Sono stati sempre selezionati affinché fossero plasmabili a seconda della necessità del momento. Gli attivisti non esistono più, esistono solo i fan delle pagine Facebook. I follower dei canali Twitter.

Il volto del Movimento Cinque Stelle non è più Beppe Grillo, ma il senatore Giarrusso. Membro della giunta per le autorizzazioni a procedere, ieri ha votato per parare le chiappe a Salvini. Uscito dall’aula ha mostrato ai parlamentari PD il segno delle manette, riferendosi al padre di Renzi agli arresti. Una sintesi perfetta: noi al potere salviamo gli amici, voi finite in galera.

Il voto su Rousseau ha pure rassicurato Di Maio e Casaleggio riguardo un altro aspetto della mutazione che stanno apportando al Movimento. Da giorni sono annunciate novità rispetto all’organizzazione. Si parla di una segreteria politica, di una rete territoriale. Il timore che la base non digerisse il passaggio è svanito. I supporter approveranno qualsiasi cosa. Ratificheranno qualsiasi decisione. Adesso che la linea Di Maio – Casaleggio è stata confermata, anche la resistenza interna non ha più ragione d’essere. Il voto su Salvini era un voto su chi comanda: comandano Casaleggio e il suo amministratore delegato Di Maio. Fine.

Chi segue me o chi ha letto Supernova sa bene che il rapporto con la Lega nasce lontano nel tempo. Leghista della prima ora era Gianroberto Casaleggio. Incontri più o meno segreti si sono svolti durante tutta la scorsa legislatura. La propaganda, i temi, le alleanze internazionali hanno sempre più chiaramente svelato che gli elettorati e gli eletti si piacciono. Sono simili e compatibili.

Il prossimo passo saranno le elezioni europee. Il Movimento 5 Stelle non ha trovato alleati per formare un gruppo. I quattro che ha presentato (destracce e fascistame vario) non sono sufficienti, ammesso che riescano a eleggere dei parlamentari. Mi sbilancio e prevedo che la scelta sarà tra il gruppo con la Lega e l’irrilevanza. E Di Maio sceglierà la prima.

Guai sulla piattaforma Rousseau: sono finiti gli hacker!

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Dichiaro fin da subito che l’idea di usare “ciofeca” per definire la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio è di Nicola Biondo. Quindi nel caso denunciate lui: se qualcuno chiederà l’autorizzazione a procedere, a quel punto mi autodenuncio anche io.

Ciò detto, ieri si è tentato di svolgere la votazione sulla Ciofeca per stabilire se il Movimento debba o meno concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini.

Secondo l’amministratore unico della Ciofeca, gl’iscritti – o chi per loro – hanno deciso (30.948 contro 21.469) che Salvini non andrà processato. Non che sia importante: nessuno sa se questi risultati siano veri o falsi. O meglio lo sa solo uno: Davide Casaleggio.

Infatti, il codice della Ciofeca non è pubblico, lo conoscono solo Casaleggio e i suoi tecnici. Questo impedisce, ovviamente, qualsiasi verifica sul buon funzionamento del sistema di voto e di conseguenza ogni verifica sulla correttezza del risultato.

Inoltre, per tutta la giornata ci sono stati problemi tecnici: prima è stato rinviato il voto di un’ora, dalle 9 alle 10. Alla fine è iniziato alle 11 e si è concluso alle 21.30. Il buon David Puente, su Open, ha documentato la giornata. Le operazioni di voto per ogni singola persona potevano durare anche ore. Non tutti hanno ricevuto conferma dell’avvenuta votazione. Una parlamentare, Elena Fattori, si è lamentata di non riuscire nemmeno a collegarsi.

In effetti, nelle prime ore della mattinata, ci sono stati parecchi errori del sistema che ospita la piattaforma. Perché?

Anzitutto, possiamo escludere che ci siano state violazioni esterne: sono finiti gli hacker. Infatti, come accade quando non si sa che pesci pigliare, spesso in passato è stato usato l’attacco esterno contro il voto per giustificare quelli che oggi sappiamo essere altro. Per la precisione gravi carenze nello sviluppo e nella gestione dei sistemi. I tecnici che hanno sviluppato e che amministrano Rousseau semplicemente non sono capaci di farlo. Non sono proprio in grado.

Il punto è questo: se sai quanti utenti sono iscritti devi dimensionare la struttura per sopportare un voto di tutti gl’iscritti contemporaneamente. Se non lo fai e il server (per semplificare) è sottodimensionato, si crea un collo di bottiglia e ci sono i casini di ieri sulla Ciofeca.

A dimostrazione, per cercare di sgorgare la fogna, sono stati quasi subito rimossi alcuni fondamentali controlli di sicurezza, come l’autenticazione a doppio fattore (un SMS con un codice oltre alla password per poter accedere) e il messaggio di conferma dell’avvenuta votazione.

La domanda è: ma che cavolo ci fa Casaleggio col fiume di denaro che gestisce tramite Rousseau invece di sviluppare una Ciofeca che funzioni?

Domani facciamo qualche considerazione politica facendo finta che questo voto abbia un qualsivoglia valore.

Rousseau gratis, pagano i parlamentari M5s

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Ieri Di Maio ha rilasciato un’esilarante intervista pubblicata sul Corriere della Sera.

Tra le altre cose, torna sul tema delle alleanze dopo il voto europeo, di cui parlavamo settimana scorsa. Pare che ci siano i saldi anche sulla piattaforma Rousseau.

Nel tentativo di raccogliere i cocci del gruppo con Farage e di quello dei conservatori che andranno in frantumi senza i parlamentari del Regno Unito, Di Maio e Casaleggio offrono l’uso di Rousseau ai potenziali alleati europei.

Un po’ pochino rispetto all’alleato Salvini, che può promettere invece un accordo di governo del Continente insieme al Partito Popolare.

Ma il paradosso più divertente sarà che i parlamentari del Movimento dovranno pagare per una piattaforma privata, in gestione a Casaleggio tramite l’Associazione Rousseau, per darla evidentemente in comodato d’uso gratuito a parlamentari ed elettori stranieri. Immagino saranno tutti molto felici di sapere di essere gli unici fessi a tassarsi per sviluppare un prodotto privato che altri clienti possono usare senza sborsare un centesimo.

La campagna elettorale sarà davvero divertente.