Il voto, l’Europa, il Movimento che verrà

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Di Maio si è presentato da solo alla conferenza stampa organizzata presso il suo ministero, dopo la pesante sconfitta del voto europeo dello scorso weekend.

Gli va riconosciuto il coraggio di assumersi interamente la responsabilità della sconfitta. Del resto così fa l’amministratore delegato di un’azienda quando i risultati non sono quelli sperati. La proprietà, però, sostituisce il capo azienda quando i risultati non sono più sostenibili, adeguati alle necessità del gruppo. È in quest’ottica che bisogna leggere le dimissioni che alcuni si aspettavano dal capo politico del M5s. Di Maio ha tenuto a precisare che ha sentito Grillo, Fico e Casaleggio e nessuno gli ha chiesto di fare un passo indietro. Dei tre l’unico che avrebbe potuto è l’ultimo, Davide Casaleggio, il dominus del Sistema che io e Nicola Biondo abbiamo raccontato ne Il Sistema Casaleggio.

Il padrone è l’Erede

Per analizzare questa fase del Movimento il primo errore da non commettere è quello di applicare logiche unicamente politiche. Le dinamiche del partito di Casaleggio e Di Maio sono diverse da quelle degli altri soggetti, così come sono diversi gli obiettivi e i ruoli di ciascun attore. Quello di Di Maio non è assimilabile a quello di Salvini o Zingaretti, segretari di partito che rispondono solo alla propria base e alle rispettive assemblee. Di Maio risponde a Casaleggio, il quale amministra il partito come presidente dell’Associazione Rousseau come ha fatto scrivere nello statuto scritto da Lanzalone. Anagrafiche degli iscritti, candidature, comunicazione, soldi: tutto passa da Milano. Il padrone è l’Erede.

Il Movimento è resiliente

Il secondo errore da non commettere è ignorare la resilienza che il Movimento ha saputo dimostrare nel corso di questi dieci anni. Hanno saputo adattare la propria struttura e il proprio passo alle mutevoli circostanze. Questa è una qualità che va riconosciuta, come l’abbiamo riconosciuta, al padrone del vapore Davide Casaleggio. Morto suo padre, ha preso in mano azienda, partito e relazioni e le ha rimodellate secondo le proprie necessità, riuscendo a costruirsi un ruolo inattaccabile e delegando a Di Maio il compito di compattare gli scappati di casa che compongono i gruppi parlamentari e portare il partito a vincere le politiche del 2018. Casaleggio amministra il partito tramite l’associazione Rousseau in totale autonomia, con obiettivi di lungo termine legati al proprio business e alla concezione contorta di democrazia che la sua mente ha prodotto sotto l’effetto degli stupefacenti risultati degli ultimi anni. Ricordiamo la tetra profezia secondo la quale i parlamenti diventeranno inutili, per come li conosciamo oggi.

Se il presidente del Sistema non ha rimosso il suo amministratore delegato è perché, nonostante questo deludente 17%, la presenza di Luigi Di Maio alla guida del ramo d’azienda politico del Sistema è ancora utile. Non nella stessa forma, forse, ma un’alternativa pronta non c’è.

Il Movimento, e in generale il Sistema Casaleggio, hanno già dimostrato di saper cambiare struttura e pelle per migliorare le proprie performance. Nel 2012, in previsione del voto, in gran segreto Grillo e Casaleggio aprirono un’associazione apposita, buttando alle ortiche non-associazione e non-statuto. Poi arrivò il direttorio, utile a spostare l’asse del potere da Milano a Roma. Poi venne sciolto il direttorio, esaurito il suo compito. Nel 2016 arrivò l’Associazione Rousseau, nel 2017 il nuovo statuto di Lanzalone e il nuovo capo politico.

Le posizioni si sono ammorbidite o irrigidite a secondo delle necessità e del contesto. Succederà la stessa cosa pure adesso, il Movimento non sparirà. Dopo l’assemblea dei gruppi si cominceranno a capire i contorni della nuova metamorfosi e, soprattutto, il coraggio e l’effettiva dimensione del gruppetto di avversari che Di Maio dovrà sfidare nel partito. Sarà interessante.

Per seguire questo processo bisogna tenere bene a mente alcuni fattori e alcuni nodi politici, alcuni dei quali verranno sciolti molto in fretta. Vediamo quali, partendo dal tema che ha riguardato questa tornata elettorale: il Parlamento Europeo.

Europa

Il fantomatico nuovo gruppo che Di Maio sognava di costituire al Parlamento Europeo non si farà. Solo uno dei potenziali alleati ha eletto candidati e ne servono almeno 25 da 7 paesi diversi. Il Movimento non può permettersi di non far parte di un gruppo: perderebbe finanziamenti, accesso ai ruoli, tempo di parola. Salvini ha già detto di avere avviato da tempo colloqui con Nigel Farage per portarlo nel proprio gruppo. La scelta per Di Maio è tra il gruppo di Salvini e Le Pen o l’irrilevanza e la perdita di una marea di risorse. Ci sarebbe anche il gruppo dei conservatori di cui fanno parte i Tory britannici (il partito di Theresa May per capirci). Anche questa ipotesi è però difficile perché a ottobre, se la Brexit avverrà, i parlamentari britannici non ci saranno più. In ogni caso, l’unico approdo possibile per il Movimento è a destra e, anche allo scopo di puntellare il governo, quello più logico sembra il gruppo di Salvini di cui farà parte pure Nigel Farage.

Tenuta del governo e della legislatura

Continuo a pensare che la legislatura finirà alla sua scadenza naturale, nel 2023. Lo penso ancora di più adesso, dopo il voto europeo.

Anzitutto, le camere le scioglie il capo dello Stato, non Salvini o Di Maio. Se cade il governo non finisce automaticamente la legislatura. Prima, il Presidente della Repubblica deve verificare che non esista un’altra maggioranza in Parlamento. Un Parlamento composto per il 60% da persone che aspettano il settembre 2022, quando matureranno il diritto al trattamento pensionistico. Voi rinuncereste a 1500 euro al mese a partire dai 65 anni?

È chiaro che adesso Salvini abbia un deterrente in più nei confronti del Movimento: un eventuale voto anticipato favorirebbe lui, senza contare che Di Maio e i suoi – tutti parlamentari alla seconda legislatura – non si possono ricandidare come ha ricordato settimana scorsa Casaleggio. Ciononostante, non so quanto a Salvini convenga rischiare che si formino maggioranze diverse. In questa situazione, può facilmente esercitare un controllo maggiore sull’azione di governo, imporre la propria agenda, i propri temi e costruire il campo per le prossime scadenze politiche, a cominciare dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica nel febbraio del 2022. In ogni caso, quando Matteo Salvini vorrà mettere in crisi il governo dovrà pronunciare una sola parola: “Casaleggio”. Quello sarà il segnale.

Le defezioni che possono mettere a rischio la maggioranza, in queste condizioni, possono arrivare verosimilmente dal gruppo di senatori di seconda nomina del Movimento 5 Stelle. Sono quelli che hanno meno da perdere (non sarebbero comunque ricandidati) e più da guadagnare (niente restituzioni, visibilità in prospettiva magari di un cambio di casacca). Occhi puntati lì, quindi. Ma niente paura: prima di mettere in crisi la legislatura c’è pronta la pattuglia di Fratelli d’Italia. Soprattutto se si dovesse saldare il rapporto con la Lega in europa, per Salvini non sarebbe difficile convincere Di Maio e Casaleggio ad accogliere i nuovi alleati. Questo punto lo approfondiamo fra un attimo.

Non credo sia verosimile – per ora – un’ipotesi alfaniana, cioè Di Maio e i suoi che formano un gruppo autonomo per non far cadere il governo, uscendo dal Movimento. Anche perché non ci sarebbero i numeri in Senato: ai senatori di prima nomina Casaleggio può garantire la ricandidatura, uscire dal Movimento sarebbe un salto nel buio. Mai dire mai, comunque.

La diretta conseguenza di tutto ciò è che d’ora in poi, pur di mantenere lo status quo, Di Maio e i suoi cederanno su qualsiasi cosa. Hanno già salvato il ministro dell’Interno da un processo, ceduto sul Tap, il terzo valico, il Muos, gli F35. Cederanno anche sul Tav. Prima di tornare a vendere lattine a San Paolo – professione peraltro rispettabilissima – Di Maio si venderà pure le mutande.

Nemmeno i cosiddetti dissidenti credo vogliano la testa di Di Maio: sono preoccupati per la loro. Tutti hanno l’interesse a far durare la legislatura e per farlo serve che tutti gli incarichi, dai ministeri alla segreteria politica, siano svolti bene.

Il Movimento da domani

L’assemblea dei gruppi prevista mercoledì 29 maggio aprirà la guerra civile. Io avevo previsto che sarebbe accaduto con un risultato sotto il 21%, e il 17% lo è di molto. Vedremo quanto è forte la fronda, o le fronde. Sembrano esserci vari livelli di contrasto alla leadership: dai più agguerriti ai più comprensivi (come il senatore Paragone) tutti hanno messo nel mirino il capo politico. Ma chi veramente vuole cambiare le cose facendo chiarezza dovrebbe partire dalla testa, da cui di solito il pesce puzza: il ruolo di Davide Casaleggio e dell’associazione Rousseau. Se nessuno lo farà saremo di fronte a una banale spartizione di potere.

È comunque abbastanza evidente che Di Maio non può continuare a gestire da solo il partito, i due ministeri e il comitato delle rendicontazioni. Un organo, quest’ultimo, non previsto da nessuno statuto che raccoglie tutte le restituzioni dai parlamentari prima che queste siano destinate ai fondi scelti di volta in volta (spesso, in realtà, ai comitati elettorali). Vedremo quale sarà la soluzione che verrà elaborata, ma l’unico fatto certo è che lo Statuto prevede che la carica di capo politico duri cinque anni. L’unico che può decidere di cambiare davvero è Casaleggio, che però prima dovrebbe costruire un’alternativa. È per questo che lui e Di Maio hanno tolto dalle mani dell’assemblea la decisione, chiedendo il voto su Rousseau, piattaforma – come certifica il Garante della Privacy – non trasparente, insicura, manipolabile. La sua investitura arriva da Casaleggio-Rousseau ed è lì che cerca la conferma, con il solito quesito per gli attivisti che già suggerisce l’ovvia risposta (“Vuoi confermare Luigi Di Maio come capo politico?”). Oggi è arrivata poi la Cassazione: Beppe Grillo ha detto che Luigi va bene, i gonzi sanno cosa rispondere.

Di Maio, inoltre, da capo politico può governare la riorganizzazione del partito da un punto di forza, potendo prevedere ruoli e percorsi per sé e i suoi dopo l’esperienza di governo, quando non potranno più ricandidarsi.

In quest’ottica, va ricordato un fatto: il Movimento non è un’entità indipendente. Fa parte di un sistema di potere, come ogni partito. Ha una sua constituency e ha il suo proprietario di fatto con interessi propri. Questo sistema, come già visto, ha dimostrato di saper cambiare velocemente pelle, struttura, rappresentanti e sponsor. Lo saprà fare anche adesso. Non sono finiti. L’equilibrio da trovare sarà tra il futuro dei nuovi volti del Movimento che aspettano il proprio turno, gli interessi di Casaleggio e quelli del gruppo dirigente attuale che ancora deve capire cosa farà dopo questa esperienza di governo.

In termini generali, Casaleggio può tranquillamente pianificare la prossima legislatura all’opposizione, far maturare nuovi dirigenti e tornare in area di governo successivamente.

Il sistema proporzionale vigente, però, lascia spazio a parecchie sfumature. Questo governo è un’anomalia: dal dopoguerra non era mai successo che una maggioranza fosse composta da due soli soggetti. Non potrà reggere a lungo, questa situazione. Se veramente il Movimento aderirà al gruppo di Salvini in europa, l’area di governo attuale sarà quella definitiva per Casaleggio e compagnia. Quella, peraltro, in cui si trovano meglio per cultura (si fa per dire) personale. Consolidare i rapporti adesso significa porre le basi per una stabile area politica per le legislature a venire. Le regole del Movimento vietano le ricandidature, ma gl’incarichi governativi non sono elettivi. Di Maio farà di tutto per normalizzare i rapporti con la Lega senza darlo troppo a vedere. Dovrà lasciarlo accadere, facendo intendere la possibilità di carriere per tutti. Questo sarebbe il punto di caduta che potrebbe accontentare tutti e che permetterebbe di liberare il movimento dagli ultimi scocciatori che lo vorrebbero forza battagliera di opposizione.

Alessandro Di Battista

Due righe su Di Battista: l’ex deputato ha il coraggio di un leone morto e le capacità politiche come quelle tecnologiche di Casaleggio. È un agitatore buono per l’opposizione. Se torna lui, saprete che da Milano hanno scelto la ritirata.

Guida pratica per l’opposizione

Infine, l’opposizione. Come si combatte un sistema simile? Dalla testa. Trattare con Di Maio, parlare di Di Maio, pensare a Di Maio è precisamente ciò che permette al sistema di reggere.

Il segretario di un partito parte con un handicap: è sostituibile, a differenza di Casaleggio. Il Movimento può permettersi di sbagliare perché i vertici politici sono sostituibili, i parlamentari devono la loro carriera passata e futura a Casaleggio. Basterebbe costringere il Movimento a interrogarsi sul ruolo di Casaleggio per demolire il castello di carte che questo si è costruito intorno. Basterebbe chiedere alle autorità preposte d’indagare gl’interessi di Milano, le influenza esercitata da Davide, le promesse, le garanzie, i clienti. Il Movimento è il tassello di un sistema di potere: o lo conosci e lo combatti o sei parte di esso, non ci sono alternative.

Cari rider, parlate con Casaleggio

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Il sindacato dei “rider”, i fattorini che consegnano cibo a domicilio tramite servizi come Deliveroo, UberEats, JustEat, cerca da mesi di ottenere dal governo soluzioni al problema dei propri rappresentati. In breve, si chiedono nuove regole per l’inquadramento lavorativo.

Non entro nel merito della questione, ma voglio segnalare un errore di metodo: cari rider, sbagliate interlocutore.

Non cercate Di Maio ma Davide Casaleggio, il presidente dell’Associazione Rousseau che raccoglie milioni di euro dai parlamentari del Movimenti per gestire le anagrafiche, gli strumenti di comunicazione, le liste di candidati del partito attraverso l’omonima piattaforma. Casaleggio, ci raccontano le recenti cronache, è il fondatore del nuovo Movimento governativo e ne è di fatto amministratore unico secondo l’articolo 1 dello Statuto del partito attraverso la sua associazione privata Rousseau di cui è presidente e tesoriere. Non c’è peraltro modo di sostituirlo in questo ruolo: non risponde al partito, risponde solo a sé stesso. Di Maio passa, Casaleggio resta.

Ma non è per questo che dovreste parlare con l’Erede. Mentre voi cercate il tavolo con il governo nella persona del ministro Di Maio, con scarsi risultati, una delle aziende principali che rappresentano la vostra controparte parla – eccome – con l’amministratore unico del partito del ministro. Deliveroo è infatti sponsor dell’azienda di Casaleggio per il suo studio sull’economia digitale.

Non è Di Maio che comanda, ne Movimento. La domanda è: Di Maio è libero nelle decisioni che prende su questo argomento? Si pone il problema del suo collega fondatore che ha rapporti commerciali con una delle aziende che deve regolamentare? Si consulta con Casaleggio? E se lo facesse, i consigli che riceve che interessi servono?

Sono queste le domande che dovreste porre e dovreste chiedere di porre a Di Maio e Casaleggio.

Stadio: il Sistema Casaleggio nasce a Roma

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È notizia di queste ora che la sindaca di Roma Virginia Raggi è indagata per la vicenda dello stadio di Tor di Valle, per la quale furono già arrestati Luca Parnasi e Luca Lanzalone.

Lanzalone, ricordiamolo, è quell’avvocato che dopo aver collaborato con l’amministrazione 5 Stelle di Livorno venne mandato a Roma per seguire importanti dossier. Tra cui, appunto, quello dello Stadio. Lanzalone è anche colui che, materialmente, scrive il nuovo statuto del Movimento 5 Stelle. Quello statuto che, all’articolo uno, assegna all’associazione Rousseau di Davide Casaleggio il compito di gestire il partito. In virtù di questo articolo, Casaleggio tramite Rousseau raccoglie e amministra milioni di euro per conto del Movimento, in totale autonomia.

In questo contesto, è davvero singolare che si sia persa traccia di una notizia: a febbraio 2017, quando ancora non si sapeva chi fosse Lanzalone, ci fu un incontro importante. Era il periodo in cui si doveva decidere la sorte del progetto stadio, il periodo del Francesco Totti di “famo sto stadio”, dell’hashtag #unostadiofattobene… insomma, grande pressione, grande incertezza. A risolvere la situazione scendono a Roma Beppe Grillo e, guarda un po’, Davide Casaleggio. Le cronache dell’epoca parlano di “vertice risolutivo”, Casaleggio viene accompagnato da Loquenzi e Casalino (all’epoca capi della comunicazione del partito). Ma Casaleggio che c’entra?

Possibile che non ci si ricordi di questo dettaglio così decisivo?

Casaleggio è il dominus del partito, ne gestisce l’amministrazione, i soldi, i processi democratici. Suo padre e Beppe Grillo avevano siglato un “contratto” con i candidati al comune di Roma che imponevano il via libera preliminare “dello staff” per qualsiasi atto di alta amministrazione. Cosa ci faceva Davide Casaleggio al “vertice risolutivo” sulla vicenda dello Stadio della Roma?  Qualcuno si sta occupando di capirlo?

ESCLUSIVO: la multa del Garante a Rousseau l’ha suggerita… Casaleggio!

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Lo so, scusate. Sembra un titolo sensazionalistico acchiappa clic ma, come vedrete, non è così.

Riassunto delle puntate precedenti: il 4 aprile 2019 il Garante per la tutela dei dati personali multa per 50.000 euro l’Associazione Rousseau. Il motivo, in sintesi, è che la piattaforma è insicura. I suoi gestori, Davide Casaleggio e chi lavora con lui, non hanno adottato le migliori pratiche per la gestione dei dati degli utenti e non hanno ottemperato completamente alle prescrizioni dello stesso Garante. Hanno violato la legge, quindi viene comminata una sanzione.

Ovviamente, la risposta è una starnazzante accusa all’ufficio del Garante di aver politicizzato la pratica, respinta giustamente al mittente. La documentazione che si può visionare facendo un accesso agli atti parla chiaro: ci sono inoppugnabili limiti tecnici e manageriali da parte di Rousseau e Casaleggio. Non sono in grado di gestire quel progetto, hanno violato la legge e non sono stati in grado di mettere al sicuro i dati sensibili degl’iscritti al Movimento 5 Stelle (senza punti di domanda, davidavi, contento?).

Ebbene, siamo in grado di pubblicare il motivo che ha portato il Garante a quelle conclusioni: gliel’ha detto Casaleggio.

Nel corso dei due anni d’ispezione ci sono stati numerosi scambi di comunicazioni tra Rousseau e il Garante. Una delle prescrizioni imposte all’Associazione era che fossero svolti dei test per verificare la sicurezza dopo gli interventi suggeriti per migliorare la piattaforma. Questi test sono stati svolti: Casaleggio ha pagato ben due società esterne, terze, imparziali. Casaleggio aveva comunicato di aver fatto svolgere tali test, ma non aveva inviato l’esito. Nel provvedimento del 21 dicembre 2017 il Garante sollecita: “[serve] l’indicazione dell’operatore (società o professionista) che ha condotto l’assessment e degli esiti di tale attività in forma di report tecnico”. Rousseau aveva detto di aver fatto svolgere le prove, ma non aveva detto quale fosse l’esito. Per un buon motivo.

Come dimostra il documento che pubblichiamo, l’esito era disastroso.

Le due società incaricate rilevano “l’esistenza di problematiche strutturali negli applicativi testati” (la piattaforma Rousseau) consigliando di revisionare completamente il codice e di condurre altri test. La conclusione è chiara: “the security posture of the internet-facing web pages was found to be out of line with industry best practices”. Tradotto: “l’approccio alla sicurezza delle pagine esposte in rete è risultato essere inadeguato rispetto alle migliori pratiche del settore“.

Insomma, Casaleggio è obbligato a condurre test di sicurezza, paga due società per svolgere questa attività e siccome l’esito è un disastro ritarda la consegna dei rapporti al Garante. Sollecitato li produce, certificando lui stesso la violazione delle norme che gli veniva contestata.

Ora la strategia è quella di dire “la piattaforma è cambiata”. Occhio: allarme supercazzola. Se bastava un anno e mezzo per rifarla da zero come mai ce ne hanno messi dieci per produrre la prima versione? La risposta la dà sempre il Garante: “le dichiarazioni dell’Associazione Rousseau in ordine a misure asseritamente migliorative che sarebbero state adottate sono giunte, via mail, ad istruttoria già chiusa, il giorno precedente l’adozione definitiva del provvedimento e senza alcuna documentazione a sostegno. Tali misure risultano comunque ininfluenti ai fini delle pregresse criticità evidenziate e sanzionate nel provvedimento”.

Non serve che entrino i clown: sono già in scena. Sipario.

La blockchain di Casaleggio è una fuffa

Nel weekend Davide Casaleggio ha annunciato in pompa magna che “il voto su blockchain è realtà“. Ha subito precisato che però non è realtà: è solo uno stadio embrionale di codice che tutti possiamo visionare.

Addirittura aveva organizzato, in seno al “Villaggio Rousseau” che si è svolto a Milano, una “hackathon”. Doveva essere una competizione tra sviluppatori informatici alla fine della quale premiare le migliori idee per la democrazia diretta. Purtroppo, inspiegabilmente, la gara è andata completamente deserta. Non si è presentato nessuno. Chi l’avrebbe mai detto.

Il buon David Puente è però riuscito a capire dove trovare questo fantomatico codice. Lo potete trovare su GitHub, un servizio grazie al quale si può collaborare allo sviluppo di software.

Bene, allora c’è davvero il voto su blockchain!!! No. Niente, nemmeno stavolta.

Quello che hanno caricato è ciò che hanno chiamato una “Proof of Concept”, una porzione di codice in fase embrionale per dimostrare che ciò che dicono si possa fare. Come però fa notare il tecnico Fabrizio Carimati ciò che hanno pubblicato è un altro progetto, già esistente e già superato, a cui hanno cambiato il nome in “voting-chain”.

Carimati sottolinea pure che Casaleggio e Rousseau stanno commettendo gli stessi errori del passato. Invece di contribuire a un progetto esistente, stanno prendendo del codice e iniziando un nuovo sviluppo partendo da lì (tecnicamente si chiama “fork”). Così precludendosi la possibilità di aggiornarlo in futuro per correggere errori, problemi di sicurezza e migliorie apportate dalla comunità, proprio come avevano fatto col blog di Grillo e la piattaforma Rousseau. Recidivi.

Infine, il responsabile del progetto Vincenzo Di Nicola ha dichiarato (per semplificare) che non sarà una blockchain pubblica ma l’autenticazione e identificazione degli utenti saranno sempre in capo all’Associazione Rousseau. Auguroni.

Il voto su Salvini non è una svolta

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Due giorni fa ho spiegato quali sono state le difficoltà tecniche di Rousseau, perché non sono risolvibili e soprattutto cosa dovrebbero chiedersi parlamentari e attivisti del Movimento: cosa ci fa Casaleggio coi soldi se la piattaforma fa così schifo?

Oggi vediamo quali sono le conseguenze politiche del voto che ha evitato il processo a Salvini, l’alleato di governo del partito di Di Maio. O meglio, cosa certifica quel voto: perché l’esito è un punto d’arrivo, non una svolta inaspettata.

Almeno non per chi da parecchi anni, ormai, vede il M5s per quello che è: il ramo d’azienda politico di un Sistema gestito da Davide Casaleggio. Il M5s è stato scalato, trasformato e modellato sulla base di un’agenda completamente diversa da quella di suo padre.

Se prendiamo per valido l’esito del voto, 60% a favore del salvacondotto a Matteo Salvini, significa che non solo il partito ma pure la sua base è stata rimodellata. Ripeto, non che sia una novità. Io e Nicola Biondo nel nostro libro Supernova abbiamo descritto per filo e per segno il processo di mutazione.

È un processo iniziato subito dopo lo sbarco in Parlamento nel 2013 che si è concluso nel 2017 dopo la morte di Gianroberto Casaleggio. Il partito è stato scalato da un gruppetto di giovani arrivisti, con l’aiuto decisivo di un paio di funzionari di partito che, da Milano, hanno agevolato e guidato la transizione.

A cominciare dalla costituzione del Direttorio: già lì era chiaro dove si andava a parare.

Il voto su Rousseau che permette a Salvini di evitare il processo è l’esito naturale del percorso. Non è vero che i parlamentari siano scollati dalla base: gl’iscritti e soprattutto gli elettori sono in perfetta sintonia, almeno la maggioranza di loro (inteso sia i parlamentari che gl’iscritti). Sono stati sempre selezionati affinché fossero plasmabili a seconda della necessità del momento. Gli attivisti non esistono più, esistono solo i fan delle pagine Facebook. I follower dei canali Twitter.

Il volto del Movimento Cinque Stelle non è più Beppe Grillo, ma il senatore Giarrusso. Membro della giunta per le autorizzazioni a procedere, ieri ha votato per parare le chiappe a Salvini. Uscito dall’aula ha mostrato ai parlamentari PD il segno delle manette, riferendosi al padre di Renzi agli arresti. Una sintesi perfetta: noi al potere salviamo gli amici, voi finite in galera.

Il voto su Rousseau ha pure rassicurato Di Maio e Casaleggio riguardo un altro aspetto della mutazione che stanno apportando al Movimento. Da giorni sono annunciate novità rispetto all’organizzazione. Si parla di una segreteria politica, di una rete territoriale. Il timore che la base non digerisse il passaggio è svanito. I supporter approveranno qualsiasi cosa. Ratificheranno qualsiasi decisione. Adesso che la linea Di Maio – Casaleggio è stata confermata, anche la resistenza interna non ha più ragione d’essere. Il voto su Salvini era un voto su chi comanda: comandano Casaleggio e il suo amministratore delegato Di Maio. Fine.

Chi segue me o chi ha letto Supernova sa bene che il rapporto con la Lega nasce lontano nel tempo. Leghista della prima ora era Gianroberto Casaleggio. Incontri più o meno segreti si sono svolti durante tutta la scorsa legislatura. La propaganda, i temi, le alleanze internazionali hanno sempre più chiaramente svelato che gli elettorati e gli eletti si piacciono. Sono simili e compatibili.

Il prossimo passo saranno le elezioni europee. Il Movimento 5 Stelle non ha trovato alleati per formare un gruppo. I quattro che ha presentato (destracce e fascistame vario) non sono sufficienti, ammesso che riescano a eleggere dei parlamentari. Mi sbilancio e prevedo che la scelta sarà tra il gruppo con la Lega e l’irrilevanza. E Di Maio sceglierà la prima.

Guai sulla piattaforma Rousseau: sono finiti gli hacker!

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Dichiaro fin da subito che l’idea di usare “ciofeca” per definire la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio è di Nicola Biondo. Quindi nel caso denunciate lui: se qualcuno chiederà l’autorizzazione a procedere, a quel punto mi autodenuncio anche io.

Ciò detto, ieri si è tentato di svolgere la votazione sulla Ciofeca per stabilire se il Movimento debba o meno concedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini.

Secondo l’amministratore unico della Ciofeca, gl’iscritti – o chi per loro – hanno deciso (30.948 contro 21.469) che Salvini non andrà processato. Non che sia importante: nessuno sa se questi risultati siano veri o falsi. O meglio lo sa solo uno: Davide Casaleggio.

Infatti, il codice della Ciofeca non è pubblico, lo conoscono solo Casaleggio e i suoi tecnici. Questo impedisce, ovviamente, qualsiasi verifica sul buon funzionamento del sistema di voto e di conseguenza ogni verifica sulla correttezza del risultato.

Inoltre, per tutta la giornata ci sono stati problemi tecnici: prima è stato rinviato il voto di un’ora, dalle 9 alle 10. Alla fine è iniziato alle 11 e si è concluso alle 21.30. Il buon David Puente, su Open, ha documentato la giornata. Le operazioni di voto per ogni singola persona potevano durare anche ore. Non tutti hanno ricevuto conferma dell’avvenuta votazione. Una parlamentare, Elena Fattori, si è lamentata di non riuscire nemmeno a collegarsi.

In effetti, nelle prime ore della mattinata, ci sono stati parecchi errori del sistema che ospita la piattaforma. Perché?

Anzitutto, possiamo escludere che ci siano state violazioni esterne: sono finiti gli hacker. Infatti, come accade quando non si sa che pesci pigliare, spesso in passato è stato usato l’attacco esterno contro il voto per giustificare quelli che oggi sappiamo essere altro. Per la precisione gravi carenze nello sviluppo e nella gestione dei sistemi. I tecnici che hanno sviluppato e che amministrano Rousseau semplicemente non sono capaci di farlo. Non sono proprio in grado.

Il punto è questo: se sai quanti utenti sono iscritti devi dimensionare la struttura per sopportare un voto di tutti gl’iscritti contemporaneamente. Se non lo fai e il server (per semplificare) è sottodimensionato, si crea un collo di bottiglia e ci sono i casini di ieri sulla Ciofeca.

A dimostrazione, per cercare di sgorgare la fogna, sono stati quasi subito rimossi alcuni fondamentali controlli di sicurezza, come l’autenticazione a doppio fattore (un SMS con un codice oltre alla password per poter accedere) e il messaggio di conferma dell’avvenuta votazione.

La domanda è: ma che cavolo ci fa Casaleggio col fiume di denaro che gestisce tramite Rousseau invece di sviluppare una Ciofeca che funzioni?

Domani facciamo qualche considerazione politica facendo finta che questo voto abbia un qualsivoglia valore.

Il conflitto d’interessi

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Qualche giorno fa Beppe Grillo ha detto che mi sono arrabbiato perché volevo violare le regole del Movimento contro il conflitto d’interessi.

Questo articolo su Open del bravo David Puente spiega bene l’episodio a cui si riferisce Grillo e perché ciò che dice non è vero.

M’interessa però il concetto di conflitto d’interessi, perché Grillo fa bene a preoccuparsene.

Il figlio del suo amico Gianroberto Casaleggio, Davide, che gli ha scippato il partito due anni fa è infatti titolare di un gigantesco conflitto d’interessi, che spiega bene il nervosismo del povero Beppe che hanno descritto le cronache.

Davide, infatti, con l’aiuto dei propri avvocati si è assicurato una posizione a vita nel Movimento 5 Stelle, irremovibile, non sottoposta ad alcun controllo democratico.

È presidente dell’Associazione Rousseau, che amministra il Movimento e si comporta come se fosse la sua tesoreria, ma pure di Casaleggio Associati e dell’Associazione Gianroberto Casaleggio. Gestendo queste realtà in maniera coordinata, può assicurare una comunicazione coerente sulle iniziative politiche, commerciali e culturali, avvantaggiando la propria società e il proprio partito.

Ricorda molto da vicino un altro caso di conflitto d’interesse che l’Italia conosce bene, vero?

Credo sia il caso di approfondire meglio questo tema, cosa ne pensate? Cosa vorreste sapere su Davide Casaleggio? Scrivetelo nei commenti.

Operazione Pizzarotti

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Il tempo, si sa, è galantuomo e Federico Pizzarotti ha fama di essere persona paziente.

Il sindaco di Parma, noto per aver abbandonato il Movimento 5 Stelle dopo anni di mobbing da parte dei dirigenti, sta costruendo quella che sembrerebbe avere il sapore dolce di una sonora rivincita.

L’anno scorso, infatti, insieme ad altri amministratori locali ha fondato “Italia in Comune“, un partito che si propone di raccogliere l’esperienza e il pragmatismo dei sindaci, senza precludersi alleanze con altre forze politiche.

Così pare si stiano materializzando gl’incubi peggiori di Grillo, Di Maio e Casaleggio.

Italia in Comune ha infatti annunciato la costituzione di una lista che appoggerà la candidatura del sindaco PD di Cagliari, Zedda, a governatore della Sardegna.

Ha pure siglato un’intesa coi Verdi per una lista comune per il Parlamento Europeo: una sfida diretta proprio al Movimento 5 Stelle, che coi Verdi aveva cercato più volte un’intesa spinta soprattutto dagli attuali europarlamentari, soprattutto Dario Tamburrano.

Con la Lega di Salvini che sta prosciugando il campo a destra e Pizzarotti quello a sinistra, Di Maio potrebbe restare senza gruppo politico al Parlamento Europeo. A quel punto la scelta sarebbe l’inutilità o la resa: l’alternativa sarebbe, infatti, l’adesione al gruppo di Salvini e Le Pen.

Sarà una campagna elettorale oltremodo divertente.

La fronda di Fico

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La confusione di alcuni giornali su quanto accade nel Movimento 5 Stelle ha raggiunto livelli esilaranti.

Il Giornale scrive che Grillo sarebbe pronto a fondare un nuovo Movimento insieme a Fico, un gruppo di altri parlamentari e i MeetUp. L’idea sarebbe quella di “separare le proprie strade da quelle di Casaleggio e Di Maio”. Anche con Di Battista i rapporti sarebbero “al minimo storico”.

A distanza di poche ore, il Corriere della Sera vede una scissione: Grillo e Di Battista contro il resto del mondo.

A costo di essere noioso e ripetitivo: nel Movimento 5 Stelle non c’è nessuna fronda, nessuna scissione in corso. Grillo e Fico contano zero, anche se fosse vero che non sopportano più Di Maio e Casaleggio (più che probabile).

Il Sistema Casaleggio ha messo al sicuro il know how e soprattutto i soldi da molto tempo. A Grillo è rimasto il ruolo del tutto inutile di “Garante”. Di Maio è il capo, Casaleggio la cassa per la gestione di tutto ciò che abbia valore, cioè donazioni e dati. Tutto il resto è solo chiacchiericcio, utile alla campagna elettorale, a fare visite sui siti dei quotidiani e a illudere quei babbei degli attivisti che ancora pensano di contare qualcosa.