Rousseau 2030

Davide Casaleggio, per il momento, è lo sconfitto della crisi di governo. Stava lavorando agli ultimi due anni di legislatura, preparando il rientro sulla scena di Alessandro Di Battista. La crisi del governo Conte II era nell’aria da settimane, ma sembrava potersi risolvere con un terzo mandato dell’ex presidente del Consiglio, se non con un incarico a Luigi Di Maio.

Pochi si aspettavano che davvero Mario Draghi potesse venire chiamato dal Quirinale, anche se il suo nome circolava da quando aveva terminato il mandato alla Banca Centrale Europea.

Così, mestamente, Casaleggio due giorni fa si è trovato a dover comunicare i presunti dati del sondaggio su #Rousseau: circa il 60% ha dato il suo consenso all’appoggio al governo Draghi, prima che si conoscesse la lista dei ministri e quindi le forze politiche alleate.

Una sconfitta su tutta la linea di pensiero del Clan Casaleggio, che addirittura non molti anni fa pretendeva di poter annunciare i membri del governo prima del voto.

Sconfitto anche Alessandro Di Battista che si mette in pausa, una sorta di autosospensione dal Movimento Cinque Stelle, seguita da un insolito post di Casaleggio che tesse le lodi del suo prodotto (Dibba è un autore Casaleggio Associati da molti anni).

Insolita perché quasi mai l’Erede si era spinto a un endorsement così plateale verso un singolo attivista o parlamentare. L’ultima volta era stato con Luigi Di Maio, in maniera più simbolica: con un abbraccio esclusivo ai funerali di Gianroberto Casaleggio.

Segno che il nuovo accordo tra Di Battista e Casaleggio c’era e c’è. Di Battista, infatti, non ha mai detto di aver lasciato il M5s, ma di non parlare a suo nome e di non riconoscersi più in queste scelte, nel rispetto dei votanti sulla piattaforma.

Proprio la piattaforma esce “vincitrice” da questo passaggio: con il via libera alla grande ammucchiata, il passaggio su Rousseau diventa una consuetudine, accettata dai vertici della Repubblica e dall’opinione pubblica, partendo dai commentatori e dagli analisti politici.

Un rischio enorme. L’istituzionalizzazione di uno strumenti privato, non sicuro, manipolabile, manipolato dal fatto che il gestore controlla anche la propaganda del partito non porterà nulla di buono. Tanto più che l’infezione si estende ad altre forze politiche, come il partito democratico che ha detto di volere lanciare una piattaforma web per le primarie.

Da qui potrà ripartire Casaleggio, dalla centralità che il suo metodo ha acquisito in questi anni. La prossima scadenza importante sarà l’elezione del Capo dello Stato. Se nel 2013 la piattaforma (che ancora non si chiamava Rousseau) venne utilizzata da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo come clava contro Bersani, costringendo i partiti alla rielezione di Napolitano, il prossimo anno potrebbe significare la consacrazione definitiva con la selezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Stiamo di fatto accettando di piegare le consuetudini e i codici della Costituzione all’esigenza di un ente commerciale che vuole vendere il suo metodo. Salvo poche rare eccezioni, i watchdog non stanno sottolineando abbastanza il rischio insito in questa deriva. Non il Garante della Privacy, che ha cambiato gestione, non la maggioranza dei giornalisti che non comprende la gravità della situazione.

Con la Seconda Repubblica ci eravamo abituati a uno scontro binario tra forze alternative. Ancora oggi a ogni cambio di governo si contesta, da una parte o dall’altra, il fatto che parte della maggioranza non abbia vinto le elezioni e quindi non sia titolata a sostenere l’esecutivo. Ma la nostra Costituzione non prevede la “vittoria” di nessuno schieramento. Prevede l’elezione del Parlamento il quale, attraverso le proprie dinamiche politiche, dovrà formare una maggioranza. La Costituzione parla di gruppi parlamentari e partiti, non fa riferimento a soggetti esterni che possano accordare o negare il sostegno al governo.

Casaleggio e il Movimento selezionano il proprio personale politico affinché questo si adegui a decisioni prese all’esterno del Parlamento. In queste ore ci sono Parlamentari che fanno riferimento a questa ingerenza esterna per spiegare, o giustificare, la propria contrarietà al governo.

Ci sono, in Europa, esperienze simili: in Germania è accaduto che l’accordo di governo fosse sottoposto alla ratifica degli iscritti a uno dei partiti di una maggioranza insolitamente eterogenea. Quindi è possibile avere un approccio elastico, quando le circostanze lo richiedano. Ma non è questa la situazione: il Movimento pretende di istituzionalizzare questo innesto nel processo definito dalla Costituzione, con l’ambizione dichiarata di estromettere, un giorno, il Parlamento dal processo medesimo.

Voto dopo voto, Casaleggio sta riuscendo nel suo intento. Prima con singole norme, poi con il sostegno ai governi, domani con l’elezione del Capo dello Stato.

C’è un altro problema: il sistema è vulnerabile. Un voto elettronico remoto centralizzato è un obiettivo, un target. Soprattutto se diventa il fulcro delle decisioni che riguardano le Istituzioni dello Stato.

In gergo, si parla di aumento della superficie di attacco. Se un entità ostile intende manipolare la vita pubblica di un Paese, può agire utilizzando diversi strumenti e tattiche. Dal finanziamento di strumenti di propaganda (giornali online in lingua italiana come Sputnik e RT), alla corruzione di funzionari dello Stato, al dispiegamento di agenti dei servizi.

La piattaforma Rousseau rappresenta un ulteriore canale attraverso il quale soggetti ostili possono intromettersi nelle decisioni che riguardano la vita pubblica del nostro Paese. Come lasciare la porta di casa spalancata. È già stato dimostrato più e più volte che quando la piattaforma Rousseau viene violata, Casaleggio e il suo staff non sono in grado di accorgersene prima di convalidare i risultati delle consultazioni. Le contromisure sono sempre state prese con ritardo, accusando i gli esperti di sicurezza che segnalavano i potenziali abusi di tentativi di sabotaggio.

Un tema, questo, di cui dovrebbero occuparsi i servizi segreti. Delega governativa che, negli ultimi tre anni, è rimasta nelle mani del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Un tema che, ove sia possibile, cercherò di portare all’attenzione del Tribunale di Milano durante il Processo al Sistema Casaleggio.

Perché Draghi va bene a tutti

Che il governo Draghi parta, ci sono pochi dubbi. Che nella coalizione non possa mancare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa, pure. Che la decisione non sia presa dai parlamentari ma fuori dal Palazzo è altrettanto chiaro.

La stampa riporta il colloquio preliminare tra Mario Draghi, presidente incaricato, e Beppe Grillo prima delle consultazioni. E pure Casaleggio si è precipitato a Roma non appena è fallito il tentativo del presidente della Camera Fico di resuscitare la vecchia maggioranza.

Questa fase, a prescindere dall’esito che avrà, ci è utile per un ripasso e un aggiornamento delle dinamiche del Movimento 5 Stelle.

Grillo e Casaleggio

Anzitutto è utile ribadire un concetto: il Movimento 5 Stelle è di fatto amministrato da due soggetti che non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. Non ci sono processi codificati che possano sostituire Grillo e Casaleggio dai rispettivi ruoli.

Queste due persone hanno interessi che nulla c’entrano con l’attività politica. Grillo ha il problema del figlio, Ciro, accusato di stupro di gruppo. Un problema privatissimo, certo, ma che ha già determinato due volte il rientro all’attività politica dell’attore genovese, prima quando è caduto il governo Conte I e adesso.

Le primissime dichiarazioni dei responsabili politici del Movimento, Crimi e Di Battista tra gli altri, puntavano a un fine legislatura di opposizione. Avrebbe avuto senso: si sarebbero posizionati come la Lega del 2011 col governo Monti e come lo stesso Movimento, all’epoca extraparlamentare. Opposizione dura, più semplice, meno impegnativa, certamente molto efficace per tirare la volata elettorale ad Alessandro Di Battista, che già pregustava la leadership del partito.

Poi Grillo parla, dopo mesi, e cambia tutto, scombinando anche i piani di Casaleggio che, come ripetiamo da settimane, si organizzava per una legislatura di opposizione al prossimo giro.

Casaleggio, come sappiamo, è abile a cambiare strategia quando cambiano le condizioni e, tutto sommato, questo nuovo assetto potrebbe non essere del tutto una cattiva notizia per l’Erede.

Come a Grillo, anche a Casaleggio – stando ai bilanci della sua società – giova stare in area di governo. Ma c’è di più. Affrettandosi a imporre, di nuovo, il voto su Rousseau per la ratifica della partecipazione del Movimento al governo Draghi, potrebbe ottenere un risultato insperato: istituzionalizzarsi.

Sarebbe il terzo governo che nasce perché una piattaforma privata, tecnicamente manipolabile e gestita in maniera non trasparente, viene utilizzata per la ratifica della decisione.

Siamo a un punto di non ritorno. È chiaro che la maggioranza che sosterrà Draghi sarà quella che dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato il prossimo anno (e questo è il motivo per cui tutti si sono affrettati ad appoggiare il nuovo governo): potrebbe essere il primo presidente della Repubblica selezionato da una piattaforma telematica e coinvolgendo un numero superiore di persone rispetto a quello stabilito dalla Costituzione.

La democrazia rappresentativa, in Italia, non è più a rischio. Siamo già di fronte a qualcosa di diverso. Siamo già di fronte a una forma di Stato diversa da quella disegnata dalla Carta quando non solo i governi ma la nomina della più alta carica politica non avviene secondo quanto stabilito dalla Costituzione della Repubblica.

L’istituzionalizzazione del Sistema Casaleggio potrebbe diventare il prezzo da pagare per la caduta del secondo governo Conte e la nascita del governo Draghi.

Roberto Fico

Due righe vanno spese per il presidente della Camera Roberto Fico. Un disastro. Ha iniziato la legislatura con uno scandalo, quando si scoprì che la sua colf veniva pagata in nero.

Non è stato in grado di portare a termine nessuno dei compiti a lui affidati dal Capo dello Stato. Nel 2018 fallì nell’impresa di formare un governo col Partito Democratico. Nel 2021 ha fallito nel non difficile compito di stabilire due o tre punti per proseguire l’esperienza di una maggioranza già esistente che aveva già iniziato un percorso di consolidamento dell’alleanza.

Il presidente della Camera è la personalità politica più scarsa per l’incarico ricoperto, peraltro assegnatogli da Luigi Di Maio per togliersi un avversario interno.

Un imbarazzo per le istituzioni e per sé stesso.

Giuseppe Conte

Nonostante i retroscena che parlano di tentativi di sabotaggio di Draghi da parte di Conte, credo che anche per il presidente dimissionario possa essere un’occasione.

Lascia il governo con consensi molto alti, quasi rimpianto, col capro espiatorio perfetto (Renzi) e appena prima che il disastro della sua gestione lo potesse colpire direttamente.

Il partito di riferimento, il Movimento 5 Stelle, è ancora carente di personalità politiche di livello, credibili come candidati capi di governo. È rispettato da tutte le correnti, così come dagli alleati, che ormai hanno alzato bandiera bianca e si sono consegnati mani e piedi a Casaleggio.

Due anni possono essere utili a costruire se non un partito almeno una lista di riferimento, che possa fungere da cuscinetto per giustificare con la base M5s una futura coalizione con la sinistra, o quello che ne resta.

Non può certo puntare al Quirinale, ma il capitale di consenso che conserva può essere impiegato nel 2023 con grande ritorno d’investimento.

Luigi Di Maio

Mettere nel curriculum “Ministro del governo Draghi I” sarebbe la consacrazione definitiva per Luigi Di Maio che gli permetterebbe di superare l’unico ostacolo tra lui e la rielezione: il limite dei due mandati del Movimento 5 Stelle. Con una carriera così veloce non credo per un solo minuto che Di Maio smetterà di fare politica a 36 anni dopo aver fatto il capo di partito, il presidente della Camera e due volte – forse tre – il ministro.

È chiaro che la prima scelta sarebbe una deroga a quella regola, restare nel Movimento, riprenderne la guida direttamente o per interposta persona e guidarlo al prossimo voto.

Ma l’alternativa potrebbe tranquillamente trovarla nella lista di Conte. Garantire a sé e alla manciata di fedelissimi che lo hanno accompagnato una rielezione giustifica il sostegno a Draghi, la fedeltà a Conte e perfino l’allontanamento dal Movimento se Di Battista dovesse diventarne la guida.

Alessandro Di Battista

Come ho scritto di recente, il destino di Alessandro Di Battista è nelle mani di Mario Draghi. Una provocazione ironica, che sottolinea come, alla fine, chi studia e ha le idee un po’ più chiare di come funziona il mondo determina le sorti anche degli aspiranti rivoluzionari da tastiera prodotti dalla Casaleggio Associati.

Ma, se vuole continuare a fare politica, Di Battista deve cedere alla realtà che, diversamente, lo travolgerà senza troppi complimenti.

La strada gliel’ha gentilmente tracciata Beppe Grillo: puntare sui temi, anche sparando cazzate, ma senza perseguire fallimentari tentativi rivoluzionari, che non possono più funzionare dopo cinque anni di governo di cui forse due guidati dall’incarnazione della migliore élite europea.

Grillo e Casaleggio dovranno convincere il nuovo frontman che ora è il momento del pragmatismo: c’è l’opportunità di tornare al governo anche la prossima legislatura. C’è la possibilità concreta per Di Battista di fare il ministro se saprà bilanciare il necessario realismo con le sue cazzate da post su Facebook.

Riuscisse a stabilire un armistizio con Di Maio, tutti potrebbero giovarne. Tutti a parte il Paese, s’intende.

Processo al Sistema Casaleggio

Come sapete, ho lanciato l’iniziativa “Processo al Sistema Casaleggio“, di cui potete trovare i dettagli qui.

Per sostenerla, ho attivato una raccolta fondi che, nel momento in cui scrivo, è sostenuta da 154 donatori che hanno versato £5.128 (in sterline perché vivo in UK). Era iniziata con un obiettivo di £3.000, raggiunto in pochi giorni, portato a £5.000, superato in poche ore. Adesso il nuovo target è £10.000. Se volete saperne di più e contribuire potete farlo da qui, o diffondere la voce!

Ho promesso di creare un archivio con tutte le informazioni sul Sistema Casaleggio che verrano usate. Un assaggio ve lo darò regolarmente, come per esempio questo articolo storico in cui Casaleggio si dichiara cofondatore del Movimento e conferma che le risorse della sua azienda sono usate per sostenere il partito.

Per capire il M5s guardate SanPa

Se non avete ancora visto SanPa, la miniserie Netflix che racconta la storia della comunità di San Patrignano, fatelo. Quella storia dice molto di noi, di come l’Italia (non) affronta i problemi, di come si affidi sempre a stregoni, guru, guaritori vari.

Io, data la mia esperienza personale, ci ho visto tanto della vicenda di Gianroberto Casaleggio e del Movimento 5 Stelle. Se ci pensate, Casaleggio era una sorta di Muccioli della politica. Un po’ di esperienza nel proprio settore con la moglie, passione per l’esoterismo, forti convinzioni basate sostanzialmente sul nulla, tendenze autoritarie, scarsa conoscenza e scarso rispetto per le norme del comune vivere civile (meglio note come leggi), l’intuizione che sarà il suo successo e la sua rovina.

La miniserie è divisa in cinque puntate, che voglio ripercorrere per fare un parallelo con la storia di Casaleggio e del Movimento. Del resto, entrambi si definiscono comunità.

Nascita

Chi era Muccioli? Chi era Casaleggio? Due visionari dediti ad aiutare gli altri o due stregoni che si sono approfittati del disagio e della mancanza di alternative da parte delle Istituzioni?

Certo il background culturale dei due non era sovrapponibile. Casaleggio aveva ricevuto una buona istruzione, aveva costruito una rispettabile carriera ed era un uomo di ottime letture. Muccioli, al contrario, viene descritto come persona senza particolari doti, conoscenze, capacità o aspirazioni. Senza una chiara professione, si dedica all’amministrazione dell’albergo della moglie mentre coltiva la sua curiosità verso l’esoterismo e vive allevando galline nella casa di campagna. Organizza sedute spiritiche, si propone come guaritore (pare sia così che conosce Gian Marco Moratti, anche se non sono chiare le circostanze) e, negli anni settanta, aiuta qualche decina di ragazzi a disintossicarsi. Nel farlo, rifiuta la cosiddetta “medicina tradizionale” (cominciate a trovare qualche filo rosso, vero?) e propone un metodo di comunità facendo lavorare i ragazzi nella cascina di famiglia sulle colline di Coriano.

Il contesto storico in cui nasce San Patrignano è molto diverso da quello in cui Casaleggio decide di fondare il proprio partito, ma ci sono alcuni tratti comuni su cui vale la pena soffermarsi.

Se negli anni Settanta la crisi dei valori porta molti a cercare un senso nelle droghe (lo so, è semplicista messa così, ma cercate di seguirmi), negli anni Duemila la crisi delle ideologie e quella economica ultraventennale che colpisce l’Italia crea le condizioni favorevoli al santone di turno.

Casaleggio non è carismatico come Muccioli, ha un aspetto anche un po’ stravagante, però è capace di proporre soluzioni facili a problemi complessi, proprio come il guaritore romagnolo. Problemi veri, soluzioni affascinanti, in alcuni casi – poi usati come promozione – efficaci.

Gianroberto Casaleggio capisce il cambio di scenario politico, economico e sociale che la rivoluzione tecnologica sta causando. Capisce anche che c’è in atto una tendenza: l’Italia è uno dei paesi con la minore scolarizzazione avanzata, la minore produttività e le maggiori barriere all’ingresso della partecipazione politica e sindacale. Un mix fatale che lui vede come una opportunità: dare l’occasione di facile riscatto a un esercito di scappati di casa, in cambio di eterna fedeltà (e in seguito trecento euro al mese).

Casaleggio e Muccioli, almeno all’inizio, erano guidati da buone intenzioni? Vai a saperlo. Di certo avevano un lato del carattere molto simile, determinante per l’esito delle rispettive iniziative: non accettavano alcuna critica. Si percepivano come unici portatori di una verità rivelata, di una missione per conto di Dio che dovevano portare a termine, a qualsiasi costo.

Crescita

Quando sei disperato, reietto e nessuno ti offre soluzioni è facile accettare l’aiuto del primo che offra qualcosa. Anche fosse un regime semicarcerario sostanzialmente violento, come viene raccontato fosse la San Patrignano degli anni Ottanta.

Lo Stato non aveva una strategia per affrontare il problema delle tossicodipendenze, Muccioli offriva una via di uscita soprattutto alle famiglie che non sapevano come salvare i propri figli, diventati violenti. Una via d’uscita che però era sul filo della legalità. I processi hanno portato alla luce veri e propri sequestri di persona ai danni degli ospiti della comunità che cercavano di scappare. Violenze morali e fisiche per distruggere la personalità dei “drogati” e costruirne una sostitutiva fornita da Muccioli.

Come molti hanno detto: il metodo San Patrignano non esiste. La cura era Muccioli. E Muccioli era di fatto un fascista inconsapevole.

Casaleggio non era fisicamente violento ma lo era moralmente. La violenza si manifestava nel modo in cui puniva chi, a suo insindacabile giudizio, metteva in discussione le sue scelte. Proprio come faceva Muccioli.

Ne hanno fatto le spese molti collaboratori della prima ora (Piero Ricca, per esempio) e membri del partito. Spesso con modalità brutali, come quando pubblicò una conversazione privata per minacciare un consigliere regionale che si era permesso di dubitare alcune scelte o quando espulse interi gruppi locali con un PS. Del blog.

Le fasi di crescita delle due realtà condividono aspetti non secondari che vorrei sottolineare.

Come Muccioli ha contato sull’aiuto dei Moratti per i finanziamenti, di Red Ronnie per la visibilità mediatica e di alcuni palcoscenici per acquisire credibilità, così Casaleggio ha contato sui suoi sponsor.

Beppe Grillo, anzitutto: come Red Ronnie un popolare presentatore televisivo disposto a bersi e sponsorizzare qualsiasi minchiata gli fosse proposta. Epoca diversa, ovviamente: non sulla tv ma in Rete Grillo ha fatto esplodere il metodo Casaleggio.

Antonio Di Pietro, il Moratti di Casaleggio: politico di lungo corso che ha potuto finanziare per anni la creatura di Casaleggio sotto forma di consulenze per il proprio partito, che verrà poi abbandonato al momento più opportuno.

E che dire dei palcoscenici? Le aule di tribunale per Muccioli, gli appuntamenti elettorali per Casaleggio e il Movimento 5 Stelle.

Ma c’è un aspetto ancora più importante che credo sia comune ai due personaggi. Abbiamo già detto della loro totale incapacità di accettare critiche o mettere in discussione le proprie scelte. Come di declinava questo aspetto nelle due realtà?

Muccioli si è sempre rifiutato di sottoporre a un’analisi scientifica il metodo San Patrignano. Perché, a detta di chi si occupa oggi di dipendenze, i risultati sarebbero devastanti. Quando è stato tentato un simile studio, i dati forniti erano di fatto truccati e quindi non scientificamente validi. Il santone, a quanto pare, non voleva si dimostrasse la validità delle proprie intuizioni.

Casaleggio si è sempre rifiutato di sottoporre ad analisi scientifica le soluzioni proposte dal suo partito. Dal reddito di cittadinanza ai maggiori tassi di partecipazione alla politica che, secondo lui, comportava l’uso di piattaforme tecnologiche per il voto, nulla sappiamo sui reali effetti delle sue proposte.

Ancora, il rapporto con la legge. Guardando SanPa si capisce chiaramente il fastidio per il codice penale che aveva Muccioli, quando questo cozzava con la sua visione di educazione. Allo stesso modo, Casaleggio aveva un modo tutto suo di rapportarsi alla legge. Ricordo una sua telefonata furiosa con un povero funzionario della sua banca, quando una norma voluta da Tremonti aveva imposto la disponibilità per lo stato per la liquidità sui cosiddetti conti dormienti. Casaleggio si rifiutava di capire perché la banca dovesse obbedire a una legge dello Stato, dato che il contratto l’aveva stipulato col correntista.

Fama

Nella terza puntata della serie, SanPa è una realtà in forte crescita. Crescono gli ospiti, crescono i finanziamenti, cresce la popolarità di Muccioli. Molti descrivono questa crescita troppo veloce.

Quando è alto il ritmo di crescita è alto il numero di decisioni che si devono prendere. Può Muccioli gestire tutto da solo? Ci prova. E per un certo periodo ci riesce pure, a costo dell’inasprimento delle regole che governano la comunità.

Chi segue i miei scritti sarà già forse andato con la mente al 2013. Il Movimento 5 Stelle nel giro di pochi mesi passa dal 4-5% al 25%. Quasi duecento parlamentari vengono eletti col voto politico di quell’anno. Tutte persone senza esperienza, a cui viene delegato un potere grandissimo. Casaleggio, per mantenere l’ordine, minaccia ed espelle parlamentari violando le sue stesse regole, saltando qualsiasi procedura.

Come a Muccioli sfugge di mano la comunità, così a Casaleggio sfugge di mano il partito.

Nel caso del Movimento, c’è un fatto in più che complica le cose. Se Vincenzo Muccioli era esplicitamente il padre padrone della sua creatura, Casaleggio viene allo scoperto relativamente tardi. Non tutti nel partito e tra gli eletti lo conoscono e comprendono il suo ruolo. Anche per questo c’è grande confusione.

Declino

Anche Casaleggio affronta il declino, così come lo dovette affrontare Muccioli. Le loro creature sono cresciute senza i fondatori che si sono fatti fisicamente carico delle tensioni e delle difficoltà, arrivando ad ammalarsi.

Qui però le storie divergono. Muccioli fu protetto e sostenuto dalle persone a lui vicine, mentre Casaleggio fu di fatto esautorato dai parlamentari che, imponendo nel 2016 il famoso direttorio, spostarono l’asticella del potere da Milano a Roma.

Forse, questo diverso esito è dovuto al diverso modo in cui Muccioli e Casaleggio hanno affrontato la popolarità e il potere acquisito. Il primo abbracciando il proprio ruolo pubblico, cavalcando l’onda del successo; il secondo rifiutando la visibilità che, in sintesi, lo fece apparire debole. Lo era, ma per via della malattia. Se si fosse sottoposto a un minimo di controllo democratico, forse la storia sarebbe stata scritta in maniera diversa.

Caduta

Ma con la caduta le vicende tornano ad assomigliarsi.

Le due comunità sono cresciute, come dimensioni e come modalità di amministrazione, e sono sopravvissute ai propri fondatori. Ereditate dai figli, persone totalmente inadeguate al ruolo, lontane anni luce dalle capacità, qualsiasi fossero, dei genitori.

Soprattutto, troviamo in entrambe le storie la retorica dei traditori.

Questo, più di ogni altra cosa, mi ha colpito e di fatto spinto ad argomentare le similitudini tra le due realtà.

Il figlio di Muccioli, come quello di Casaleggio, chiama traditori gli ex collaboratori che, avendo dedicato molto della propria vita alla comunità, se ne sono allontanati non condividendone le derive. La categoria del tradimento è propria delle sette. Ma come il Movimento non è una setta così non lo è San Patrignano. Eppure delle sette hanno usato e usano i metodi.

Personalmente, reputo che questo sia dovuto alle tendenze all’esoterismo dei due fondatori. Credo che né Muccioli né Casaleggio credessero alle panzane di cui erano appassionati ma che sia l’uno che l’altro ne avessero capito la potenza.

Casaleggio, forse, facendo un passo in più: capendo che, in fondo, è la semplificazione di concetti complessi ciò che permette ai maghi e ai guaritori di avere successo. Le persone non vogliono fare fatica, non hanno tempo e voglia di studiare, comprendere, valutare. Vogliono soluzioni pronte all’uso, di semplice applicazione, di grande appeal.

Sei tossicodipendente? In comunità, isolato finché non ti passa la crisi di astinenza. Poi che fai? Resti lì, a lavorare per la comunità. Funziona? Boh.

Hai difficoltà economiche? Reddito di cittadinanza. Poi che fai? Ti viene cercato un lavoro. Funziona? Boh.

Sette motivi per cui Rousseau e il M5s non spariranno

Questa è stata la settimana in cui è iniziata davvero la trattativa per portare Forza Italia in area di governo. Vedremo se sarà un appoggio esterno, se verrà concesso a Berlusconi qualche sottosegretario, come reagiranno Salvini e Meloni. Ma ormai è chiaro che questa legislatura vedrà perfino una qualche forma di accordo tra Berlusconi, Casaleggio e Grillo.

Di Maio, in alcune interviste dopo gli Stati Generali, si era dichiarato disponibile. Bettini (PD), titola Linkiesta, offre un “patto del Nazareno” a Berlusconi e allo stesso Di Maio.

C’è anche stato l’episodio del presidente della commissione antimafia Morra, con una dichiarazione spiacevole sulla defunta presidente di Forza Italia della regione Calabria, Jole Santelli. La gaffe è stata subito sfruttata dal centrodestra per chiederne le dimissioni, ma il senatore osserva con attenzione anche le reazioni dei suoi compagni di Partito.

Di Maio, ad esempio, ha incontrato poche ore dopo la presidente del Senato Casellati. Di cosa si è parlato, non è stato reso noto, ma il deputato europeo M5s Corrao, vicino ad Alessandro Di Battista, spera che “non si sia parlato di intese con Berlusconi”. Segno che probabilmente si è proprio parlato di intese con Berlusconi.

Casaleggio, Rousseau, il voto e i candidati

Casaleggio, sul tema, ha detto che qualsiasi cambio di maggioranza dovrà essere votato su Rousseau. Aggiungendo, in un’intervista al Corriere della Sera, che la selezione dei candidati del Movimento 5 Stelle dovrà rimanere compito di Rousseau e non passare, come chiedono i parlamentari, al Movimento 5 Stelle. Perché, spiega, ci sarebbe un conflitto d’interesse tra le persone che devono selezionare i candidati, tra cui sé stessi. Ma è ovvio che la selezione dei candidati è funzionale a mantenere la sua influenza: Casaleggio infatti si comporta come un broker di seggi parlamentari, che noleggia per 300€ al mese. Poter decidere il metodo con cui selezionare i candidati è ciò che glielo permette.

Ma non è tutto. Il vantaggio di una struttura “leggera” come Rousseau è quella di poter prendere decisioni velocemente, anticipando le mosse dei propri concorrenti, compreso il Movimento parlamentare. Proprio oggi, lunedì 23 novembre, Rousseau lancia il “Piano 2020/2021”. Un’iniziativa sia per la raccolta di fondi – data la riluttanza di parte dei parlamentari a versare le proprie quote – sia per anticipare alcune richieste che sono emerse dagli Stati Generali. Quella che mi sembra la più significativa è la necessità di luoghi d’incontro fisici.

Casaleggio propone nuovi strumenti di relazione digitali e una “struttura decentralizzata”. Chiarissimo il tentativo, che verosimilmente riuscirà, di fare concorrenza agli Stati Generali. Vito Crimi si è affrettato a dire che non si tratta di un’iniziativa del Movimento, ma do Rousseau, ma le comunicazioni che arrivano a chi decide di partecipare all’evento di oggi sono confuse. La mail arriva con mittente “Iniziative a 5 Stelle”, presenta i due marchi “Movimento 5 Stelle | Rousseau”, sembra in tutto e per tutto un’iniziativa del partito.



L’utilizzo anche del marchio “M5s” per questo evento ha fatto infuriare Luigi Di Maio, dice chi è vicino al ministro. Casaleggio considera il Movimento roba sua e ne dispone come meglio crede senza nessun interesse per le dichiarazioni di quelli che considera “strumenti” del proprio Sistema, i parlamentari.

Questi episodi saranno sempre più frequenti da qui al prossimo voto: è la guerriglia a bassa intensità che si sta combattendo tra il Sistema Casaleggio e il Movimento parlamentare.

Sette motivi per cui Rousseau e il M5s non spariranno

Dall’8 settembre 2007, quando i lettori del Blog di Grillo si manifestarono fisicamente in piazza, e poi da quando nel 2009 venne fondato il M5s, leggo dai più diversi commentatori che il partito di Casaleggio è destinato a scomparire. Dopo tredici anni, quindici se si considera l’anno di apertura del Blog, siamo ancora qui. Credo che nemmeno alla prossima tornata elettorale il Sistema Casaleggio svanirà come neve al sole. Ecco i sette motivi per cui non accadrà.

1. Le motivazioni di Casaleggio

Se all’inizio il ruolo del clan Casaleggio era per lo più ignoto, ora è noto che il proprietario del partito sia l’Erede di Gianroberto. Chi non ha chiaro questo concetto, che io e Nicola Biondo ripetiamo dal 2016, riconosce per lo meno un ruolo della struttura di Casaleggio. Davide non gestisce il Movimento 5 Stelle, tramite Rousseau, per divertimento, ma per soldi e influenza. Mantenere il ruolo di recettore dei desiderata dei portatori d’interessi, nazionali e internazionali, è ciò che gli consente di fare business con la propria società, Casaleggio Associati.

Senza le relazioni che può coltivare grazie al fatto di controllare un partito, l’azienda verosimilmente non starebbe sul mercato. Anche solo perché non si è mai misurata col mercato vero, senza gli agganci con la finanza milanese prima e la politica romana poi. Rousseau è, di fatto, una spin off di Casaleggio Associati ed è gestita come un’azienda: non può permettersi che fallisca.

2. La struttura organizzativa

I partiti sopravvissuti alla seconda repubblica e ancora influenti non sono molti, nonostante molti ne siano stati fondati negli ultimi anni. La maggioranza di questi non è rappresentata in parlamento da due legislature. Verdi, Radicali, rifondatori  comunisti, Sel, la lista Monti, Udeur, Italia dei Valori, hanno avuto soprattutto problemi con la struttura organizzativa. In alcuni casi non c’era, in altri era troppo costosa. Sono rimasti quelli con una forte componente ideologica, dopo una drastica cura dimagrante dei costi (Forza Italia, Lega, Fratelli D’Italia), o una solida struttura organizzativa (PD, Movimento 5 Stelle).

Quella del Movimento 5 Stelle, come abbiamo visto, è non solo leggerissima, ma è anche gestita con mentalità imprenditoriale, che la rende più efficiente di quella dei concorrenti. È, o cerca di essere, allo stesso tempo sia lontana dalle logiche di distribuzione del potere che molto ben inserita negli uffici che contano.

Soprattutto: esiste. Il M5s è stato favorito, nella sua scalata, dalla narrativa che raccontava il partito come una manica di scappati di casa che non avrebbero combinato nulla. Tralasciando colpevolmente, per molti anni, di raccontare la macchina milanese, il sistema Casaleggio, che governa i processi e la comunicazione, studia e implementa strategie, si occupa della burocrazia del Movimento con una struttura mai sottoposta ad alcun controllo democratico.

Fattore importante, è una struttura che meglio di altri ha saputo utilizzare i dati, anche commettendo gravi errori e violando molte leggi. Il valore, in termini elettorali, che Rousseau è in grado di estrarre da un dato è almeno un ordine di grandezza superiore a quello che sono in grado di estrarre i concorrenti.

3. La strategia della sinistra italiana

I complici. Non saprei come altro definirli. Il Movimento 5 Stelle non scomparirà pure perché la sinistra italiana, soprattutto il Partito Democratico, ha rinunciato a elaborare una proposta più attraente, preferendo il tentativo di appropriarsi dei voti di Casaleggio e Grillo. Non funzionerà. Non sta funzionando. Il conflitto d’interessi di Casaleggio, che persino il presidente del Parlamento Europeo aveva deciso di sottoporre a scrutinio, è sparito. Invece, le parole d’ordine, pericolose, dei Cinque Stelle sono entrate nel discorso quotidiano dei cosiddetti democratici.

Per ultimo, il concetto di cancellare il debito contratto per la crisi sanitaria. Proposta fatta propria dallo stesso Sassoli, smentito e spernacchiato da tutte le autorità continentali. La sinistra italiana è guidata da personale incapace di leggere il XXI secolo e, per non perdere il proprio potere, ha venduto la propria storia e i propri valori a uno spregiudicato imprenditore delle nullità, che noleggia la democrazia per 300 euro a seggio. Quelli che scompariranno rischiano di essere loro, non Casaleggio.

4. Gli iscritti

Il sistema di reclutamento del personale politico che il clan Casaleggio ha elaborato, e che infatti non vuole cedere, è la fonte inesauribile di slancio dell’Associazione Rousseau. Casaleggio ha passato anni a profilare un esercito di aspiranti parlamentari che non devono fare altro che aspettare il proprio turno per diventare onorevoli. La concorrenza, gli altri partiti e perfino il Movimento parlamentare che si sta rivoltando contro Milano, cosa offrono? Come faccio a diventare parlamentare iscrivendomi al PD, alla corrente Di Maio, ad Azione di Carlo Calenda? Quali sono le probabilità di entrare a Montecitorio con loro, quali con Rousseau?

Con Rousseau mi basta convincere un bassissimo numero di persone a votarmi su di una piattaforma insicura e manipolabile. Al resto ci pensa Casaleggio. Davide Casaleggio vende un efficiente servizio di noleggio di seggi parlamentari a un costo estremamente ridotto, 300 euro al mese, se paragonato ai quasi 130mila euro di reddito garantito per cinque anni, nel caso si venga eletti. Tutti gli altri partiti, al contrario, chiedono un versamento anticipato per essere candidati.

5. Lo spazio politico

Siamo sicuri che lo spazio politico che hanno finora occupato i Casaleggio sia scomparso? Io sono convinto di no. In parte perché il messaggio è tenuto volutamente semplice affinché raggiunga il maggior numero possibile di persone (lo scrive lo stesso Casaleggio in Tu sei Rete). In parte perché quei voti sono funzionali ai concorrenti che sanno, adesso, di poter contare su di una realtà disponibile a governare con chiunque. Ma c’è un altro fattore importante: Casaleggio ha dimostrato di saper adattare la propria strategia sulla base del contesto che muta. Ha creato una struttura di potere sufficientemente resiliente, o elastica, da permettere di riempire qualsiasi vuoto politico si crei. Un filler democratico che s’insinua nelle crepe della società e se ne approfitta per perpetuare sé stesso.

6. La legge elettorale

Il Clan Casaleggio e il suo tentacolo politico costituito da Rousseau e dal Movimento Cinque Stelle sono pensati per funzionare con qualsiasi sistema elettorale. Ma è chiaro che la situazione che in Italia si è creata, con un minore numero di seggi disponibili dalla prossima legislatura e la prospettiva di una legge proporzionale, favorirà il M5s anche se dovesse perdere molti voti. Anche con una percentuale dimezzata o men che dimezzata, diciamo tra il 12 e il 15 percento, il partito di Casaleggio sarà determinante per la costituzione di una maggioranza. Ma pure ci fossero altre opzioni e il Movimento fosse relegato all’opposizione non sarebbe un problema. Il Sistema funziona, e l’abbiamo visto, anche meglio all’opposizione.

7. I soldi (m5s è più “efficiente”)

Il fattore soldi è determinante. Si avvicina una crisi economica che colpirà duro e tutte le imprese ne risentiranno. Anche le imprese politiche. I partiti hanno costi elevatissimi per le proprie infrastrutture, soprattutto le sedi fisiche, e su di esse basano buona parte della loro capacità di raccogliere, organizzare, gestire il consenso. Rousseau ha un sola sede fisica, poco personale (circa dieci persone), e una capacità di convincere volontari operativi molto elevata. Ha tecnicamente ragione Casaleggio quando dice che sono in grado di offrire un servizio migliore a un costo inferiore.

M5s, Civil War.

Ancora sull’elezione di Joe Biden: le ripercussioni arrivano in Regno Unito dove viene allontanato dallo Staff di Boris Johnson il suo più fidato consigliere, mentre il rischio di compromettere l’accordo commerciale con gli Stati Uniti rende più vicina l’ipotesi di una ulteriore proroga, almeno parziale, della Brexit.

Il commento sugli Stati Generali del Movimento 5 Stelle: una guerra civile in vista per i prossimi due anni, mentre Casaleggio vince di fatto questa fase, mantenendo il proprio ruolo su cui, sembra, non ci sarà nessuna votazione.

The Democrat dilemma

C’è un bell’articolo di Nicola Pedrazzi sul Mulino. L’analisi storica sulla genesi e il successo del Movimento 5 Stelle sono assolutamente condivisibili e vi consiglio di leggerle con attenzione. C’è tanto, in quelle righe, anche su di noi.

Nicola rilancia il pezzo su Twitter con questo commento:

Io non condivido la tesi. Forse poteva essere vero qualche anno fa: il Movimento non era organico al centrosinistra, come non lo era al centro destra pur condividendone sostanzialmente tutte le peggiori piattaforme. Ciò che davvero voleva e vuole ottenere il Clan Casaleggio non è rovesciare il sistema ma sedersene a capotavola. Ora, tale obiettivo può essere ottenuto in svariati modi, con la destra, con la sinistra, con una legge maggioritaria, eccetera.

Ma io credo che un errore molto grave sia sopravvalutare la nobiltà delle intenzioni del centrosinistra italiano. Soprattutto il Partito Democratico, temo si senta investito di una missione sacra per conto di Dio per la quale ogni compromesso diventa digeribile pur di restare al potere. Lo dice la storia. Il PD – nelle sue successive reincarnazioni – è quel partito che ha spiegato di dover governare con Mastella per evitare Berlusconi. Poi con Berlusconi per evitare Grillo e Casaleggio. Adesso con Grillo e Casaleggio per evitare Salvini. Non credo ci siano limiti scolpiti nella pietra.

Per questo, dal mio punto di vista, la questione va ribaltata: accettare una personalità mediocre come Conte, accettare il macroscopico conflitto d’interessi di Casaleggio, significa che culturalmente Grillo e Casaleggio hanno vinto. Non Di Maio.

Io penso che il Movimento 5 Stelle, oramai, non sia “estraneo” al centrosinistra, ma che il centrosinistra sia ormai organico – per scelta consapevole – ai Cinquestelle fintanto che la somma dei parlamentari di ciascuno permetterà loro di restare coi piedi ben piantati nei ministeri. Non è vero, come dice Bersani, che il M5S sia un “personaggio in cerca d’autore”: l’autore ce l’hanno, si chiama Davide Casaleggio. È il centrosinistra che si è adattato a cambiare spartito a seconda delle circostanze. La domanda è: il PD è disposto a sacrificare il governo Conte (con l’elezione del capo dello stato fra due anni) se il mese prossimo Di Battista dovesse vincere (qualsiasi cosa voglia dire da quelle parti) il congresso?

Io credo che da qui non se ne possa uscire, finché non ci sarà qualche sostanziale novità nell’offerta politica del Paese.

Marattin evita il dialogo: una tecnica di Casaleggio

La scorsa settimana Luigi Marattin ha proposto di obbligare chiunque voglia usare i social network a fornire un documento d’identità, ma evita il dialogo con gli esperti che lo contestano.

Non voglio parlare della proposta (sintesi: è una puttanata, Stefano Zanero qui spiega bene perché), ma il modo in cui non ha interagito in rete con la comunità.

Questa è l’ennesima eredità di Gianroberto Casaleggio. Una delle critiche più fondate che si facevano al Blog di Grillo degli anni Duemila è che fosse un canale unidirezionale.

Grillo, in realtà Casaleggio, scriveva un post, sotto c’erano i commenti ma Grillo non replicava mai.

La scelta era voluta: Casaleggio non ingaggiava mai, in chiaro, una discussione con qualcuno. Piuttosto, pescava dai commenti quelli che riteneva utili a sostenere le sue tesi o raggiungere i suoi obiettivi e li rilanciava.

Così ha fatto Marattin in questi giorni: non ha mai replicato direttamente agli esperti che contestavano, documentatamente, la sua proposta. Pescava dal mucchio alcune critiche, di sua scelta, senza citare l’autore, e le commentava spesso alterando il senso della contestazione iniziale.

Perché Marattin evita il dialogo?

Questo sistema è molto insidioso: permette a chi lo usa di dare una parvenza d’interesse al dialogo, galvanizzando i follower (all’epoca i lettori del Blog) e di fatto non rispondendo mai nel merito delle questioni. I toni assertivi provocano la reazione di chi non è d’accordo, spesso frustrata che quindi porta chi legge a ritenere non sufficientemente solida la contestazione.

Il veleno di Gianroberto

Non è certo il caso di Stefano Zanero, Fabio Chiusi e altri che hanno puntualmente spiegato e documentato i motivi per cui quella proposta è inutile, dannosa e stupida. Ma è interessante, anzi è preoccupante, registrare come il veleno di Gianroberto sia ormai penetrato in quasi tutte le dinamiche politiche, dalla discussione alle visioni più lunghe.

Il ventriloquo Max Bugani

Max Bugani sarebbe un personaggio irrilevante, esisterebbe solo grazie al fatto che i giornali parlano di lui (cit.). Se non fosse che alcuni anni fa prese il contenuto di una conversazione riservata tra consiglieri del M5s e la consegnò a Gianroberto Casaleggio. Si parlava proprio di Casaleggio – nello specifico si proponeva di limitarne il potere nel partito. Gianroberto gradì molto: scrisse un post sul blog di Grillo, riportando la conversazione coi nomi oscurati. La minaccia, più che vagamente corleonese, funzionò. Quei consiglieri vennero espulsi e Bugani entrò nelle grazie del clan Casaleggio e fece molta carriera, nonostante la sua spiccata tendenza al fallimento.

Da sempre è socio di Davide Casaleggio nell’Associazione Rousseau. Quando parla, sta parlando Casaleggio. Quando assume un incarico, lo assume Casaleggio.

È stato nello staff di Di Maio a Palazzo Chigi e oggi è il capo staff di Virginia Raggi al Campidoglio, dopo aver lasciato il precedente incarico.

Già questo fatto segnala che Via Morone aveva digerito l’accordo con il Partito Democratico solo per convenienza. Questa legislatura può essere salvata, ma c’è bisogno di tempo per preparare la prossima, durante la quale Casaleggio può permettersi un ruolo di minore responsabilità, se non addirittura di opposizione.

Il modello è quello del noleggio dei seggi parlamentari a trecento euro al mese: possono essere 300, 150 o 100, è più importante che il personale politico rimanga di stretta osservanza casaleggiana, mentre adesso il gruppo è tenuto insieme dalla paura del voto, visto che molti non si possono ricandidare o non saranno rieletti.

La scelta di Casaleggio nelle parole di Max Bugani

Infatti, oggi sul Fatto Quotidiano Bugani svela parte della visione di Casaleggio. La sensazione è che sia “finito un ciclo” e che non si possa ripetere quanto fatto in questi quindici anni. Ci vogliono “linee politiche nuove e forti” e una diversa organizzazione perché il capo politico non può “avere su di sé un carico di responsabilità infinite”.

Salva infine Virginia Raggi, un “giocatore da tenere in squadra”.

Secondo Bugani-Casaleggio si “apre comunque una nuova fase”. Vedremo quali saranno le prossime mosse di Milano. Casaleggio è interessato a mantenere il flusso di denaro verso Rousseau a livelli sufficienti per il suo progetto.

Il taglio del parlamentari comporterà in ogni caso un taglio dei fondi e la strategia non potrà che puntare sulle regioni, altro bacino di seggi a pagamento. I prossimi anni potremmo dunque assistere un ripiegamento locale del Movimento, che magari passerà la prossima legislatura all’opposizione o defilato, per prepararsi al giro successivo.