Perché Draghi va bene a tutti

Che il governo Draghi parta, ci sono pochi dubbi. Che nella coalizione non possa mancare il gruppo parlamentare di maggioranza relativa, pure. Che la decisione non sia presa dai parlamentari ma fuori dal Palazzo è altrettanto chiaro.

La stampa riporta il colloquio preliminare tra Mario Draghi, presidente incaricato, e Beppe Grillo prima delle consultazioni. E pure Casaleggio si è precipitato a Roma non appena è fallito il tentativo del presidente della Camera Fico di resuscitare la vecchia maggioranza.

Questa fase, a prescindere dall’esito che avrà, ci è utile per un ripasso e un aggiornamento delle dinamiche del Movimento 5 Stelle.

Grillo e Casaleggio

Anzitutto è utile ribadire un concetto: il Movimento 5 Stelle è di fatto amministrato da due soggetti che non sono sottoposti ad alcun controllo democratico. Non ci sono processi codificati che possano sostituire Grillo e Casaleggio dai rispettivi ruoli.

Queste due persone hanno interessi che nulla c’entrano con l’attività politica. Grillo ha il problema del figlio, Ciro, accusato di stupro di gruppo. Un problema privatissimo, certo, ma che ha già determinato due volte il rientro all’attività politica dell’attore genovese, prima quando è caduto il governo Conte I e adesso.

Le primissime dichiarazioni dei responsabili politici del Movimento, Crimi e Di Battista tra gli altri, puntavano a un fine legislatura di opposizione. Avrebbe avuto senso: si sarebbero posizionati come la Lega del 2011 col governo Monti e come lo stesso Movimento, all’epoca extraparlamentare. Opposizione dura, più semplice, meno impegnativa, certamente molto efficace per tirare la volata elettorale ad Alessandro Di Battista, che già pregustava la leadership del partito.

Poi Grillo parla, dopo mesi, e cambia tutto, scombinando anche i piani di Casaleggio che, come ripetiamo da settimane, si organizzava per una legislatura di opposizione al prossimo giro.

Casaleggio, come sappiamo, è abile a cambiare strategia quando cambiano le condizioni e, tutto sommato, questo nuovo assetto potrebbe non essere del tutto una cattiva notizia per l’Erede.

Come a Grillo, anche a Casaleggio – stando ai bilanci della sua società – giova stare in area di governo. Ma c’è di più. Affrettandosi a imporre, di nuovo, il voto su Rousseau per la ratifica della partecipazione del Movimento al governo Draghi, potrebbe ottenere un risultato insperato: istituzionalizzarsi.

Sarebbe il terzo governo che nasce perché una piattaforma privata, tecnicamente manipolabile e gestita in maniera non trasparente, viene utilizzata per la ratifica della decisione.

Siamo a un punto di non ritorno. È chiaro che la maggioranza che sosterrà Draghi sarà quella che dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato il prossimo anno (e questo è il motivo per cui tutti si sono affrettati ad appoggiare il nuovo governo): potrebbe essere il primo presidente della Repubblica selezionato da una piattaforma telematica e coinvolgendo un numero superiore di persone rispetto a quello stabilito dalla Costituzione.

La democrazia rappresentativa, in Italia, non è più a rischio. Siamo già di fronte a qualcosa di diverso. Siamo già di fronte a una forma di Stato diversa da quella disegnata dalla Carta quando non solo i governi ma la nomina della più alta carica politica non avviene secondo quanto stabilito dalla Costituzione della Repubblica.

L’istituzionalizzazione del Sistema Casaleggio potrebbe diventare il prezzo da pagare per la caduta del secondo governo Conte e la nascita del governo Draghi.

Roberto Fico

Due righe vanno spese per il presidente della Camera Roberto Fico. Un disastro. Ha iniziato la legislatura con uno scandalo, quando si scoprì che la sua colf veniva pagata in nero.

Non è stato in grado di portare a termine nessuno dei compiti a lui affidati dal Capo dello Stato. Nel 2018 fallì nell’impresa di formare un governo col Partito Democratico. Nel 2021 ha fallito nel non difficile compito di stabilire due o tre punti per proseguire l’esperienza di una maggioranza già esistente che aveva già iniziato un percorso di consolidamento dell’alleanza.

Il presidente della Camera è la personalità politica più scarsa per l’incarico ricoperto, peraltro assegnatogli da Luigi Di Maio per togliersi un avversario interno.

Un imbarazzo per le istituzioni e per sé stesso.

Giuseppe Conte

Nonostante i retroscena che parlano di tentativi di sabotaggio di Draghi da parte di Conte, credo che anche per il presidente dimissionario possa essere un’occasione.

Lascia il governo con consensi molto alti, quasi rimpianto, col capro espiatorio perfetto (Renzi) e appena prima che il disastro della sua gestione lo potesse colpire direttamente.

Il partito di riferimento, il Movimento 5 Stelle, è ancora carente di personalità politiche di livello, credibili come candidati capi di governo. È rispettato da tutte le correnti, così come dagli alleati, che ormai hanno alzato bandiera bianca e si sono consegnati mani e piedi a Casaleggio.

Due anni possono essere utili a costruire se non un partito almeno una lista di riferimento, che possa fungere da cuscinetto per giustificare con la base M5s una futura coalizione con la sinistra, o quello che ne resta.

Non può certo puntare al Quirinale, ma il capitale di consenso che conserva può essere impiegato nel 2023 con grande ritorno d’investimento.

Luigi Di Maio

Mettere nel curriculum “Ministro del governo Draghi I” sarebbe la consacrazione definitiva per Luigi Di Maio che gli permetterebbe di superare l’unico ostacolo tra lui e la rielezione: il limite dei due mandati del Movimento 5 Stelle. Con una carriera così veloce non credo per un solo minuto che Di Maio smetterà di fare politica a 36 anni dopo aver fatto il capo di partito, il presidente della Camera e due volte – forse tre – il ministro.

È chiaro che la prima scelta sarebbe una deroga a quella regola, restare nel Movimento, riprenderne la guida direttamente o per interposta persona e guidarlo al prossimo voto.

Ma l’alternativa potrebbe tranquillamente trovarla nella lista di Conte. Garantire a sé e alla manciata di fedelissimi che lo hanno accompagnato una rielezione giustifica il sostegno a Draghi, la fedeltà a Conte e perfino l’allontanamento dal Movimento se Di Battista dovesse diventarne la guida.

Alessandro Di Battista

Come ho scritto di recente, il destino di Alessandro Di Battista è nelle mani di Mario Draghi. Una provocazione ironica, che sottolinea come, alla fine, chi studia e ha le idee un po’ più chiare di come funziona il mondo determina le sorti anche degli aspiranti rivoluzionari da tastiera prodotti dalla Casaleggio Associati.

Ma, se vuole continuare a fare politica, Di Battista deve cedere alla realtà che, diversamente, lo travolgerà senza troppi complimenti.

La strada gliel’ha gentilmente tracciata Beppe Grillo: puntare sui temi, anche sparando cazzate, ma senza perseguire fallimentari tentativi rivoluzionari, che non possono più funzionare dopo cinque anni di governo di cui forse due guidati dall’incarnazione della migliore élite europea.

Grillo e Casaleggio dovranno convincere il nuovo frontman che ora è il momento del pragmatismo: c’è l’opportunità di tornare al governo anche la prossima legislatura. C’è la possibilità concreta per Di Battista di fare il ministro se saprà bilanciare il necessario realismo con le sue cazzate da post su Facebook.

Riuscisse a stabilire un armistizio con Di Maio, tutti potrebbero giovarne. Tutti a parte il Paese, s’intende.

Processo al Sistema Casaleggio

Come sapete, ho lanciato l’iniziativa “Processo al Sistema Casaleggio“, di cui potete trovare i dettagli qui.

Per sostenerla, ho attivato una raccolta fondi che, nel momento in cui scrivo, è sostenuta da 154 donatori che hanno versato £5.128 (in sterline perché vivo in UK). Era iniziata con un obiettivo di £3.000, raggiunto in pochi giorni, portato a £5.000, superato in poche ore. Adesso il nuovo target è £10.000. Se volete saperne di più e contribuire potete farlo da qui, o diffondere la voce!

Ho promesso di creare un archivio con tutte le informazioni sul Sistema Casaleggio che verrano usate. Un assaggio ve lo darò regolarmente, come per esempio questo articolo storico in cui Casaleggio si dichiara cofondatore del Movimento e conferma che le risorse della sua azienda sono usate per sostenere il partito.

Intervento a Radio Radicale: Gli Stati Generali del Movimento 5 Stelle

Conversazione con Nicola Biondo e Marco Canestrari sugli stati generali del Movimento 5 Stelle.

Puntata di “Lo stato del Diritto: Gli Stati Generali del Movimento 5 Stelle” di mercoledì 11 novembre 2020 che in questa puntata ha ospitato Irene Testa (tesoriera del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito), Nicola Biondo (giornalista e scrittore), Marco Canestrari (informatico, già collaboratore della Casaleggio Associati).

Tra gli argomenti discussi: Casaleggio, Conflitto D’interessi, Crimi, Di Battista, Diritto, Economia, Elezioni, Fico, Grillo, Guardia Di Finanza, Moby, Movimenti, Movimento 5 Stelle, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Philip Morris, Piattaforma Rousseau, Politica, Riciclaggio.

La fronda di Fico

La confusione di alcuni giornali su quanto accade nel Movimento 5 Stelle ha raggiunto livelli esilaranti.

Il Giornale scrive che Grillo sarebbe pronto a fondare un nuovo Movimento insieme a Fico, un gruppo di altri parlamentari e i MeetUp. L’idea sarebbe quella di “separare le proprie strade da quelle di Casaleggio e Di Maio”. Anche con Di Battista i rapporti sarebbero “al minimo storico”.

A distanza di poche ore, il Corriere della Sera vede una scissione: Grillo e Di Battista contro il resto del mondo.

A costo di essere noioso e ripetitivo: nel Movimento 5 Stelle non c’è nessuna fronda, nessuna scissione in corso. Grillo e Fico contano zero, anche se fosse vero che non sopportano più Di Maio e Casaleggio (più che probabile).

Il Sistema Casaleggio ha messo al sicuro il know how e soprattutto i soldi da molto tempo. A Grillo è rimasto il ruolo del tutto inutile di “Garante”. Di Maio è il capo, Casaleggio la cassa per la gestione di tutto ciò che abbia valore, cioè donazioni e dati. Tutto il resto è solo chiacchiericcio, utile alla campagna elettorale, a fare visite sui siti dei quotidiani e a illudere quei babbei degli attivisti che ancora pensano di contare qualcosa.

 

L’opposizione al Movimento 5 Stelle

C’è una cosa che proprio non riesco a capire, ma è un limite mio: chi dall’opposizione pensa o non esclude un “dialogo”, un “accordo”, un “sentire le ragioni” del Movimento 5 Stelle cos’ha in mente, di preciso?

Non lo riesco a capire dal punto di vista politico e dal punto di vista della comunicazione.

Partiamo dalla comunicazione: vedo due problemi. Il primo, è che a sinistra viene usato un linguaggio ambiguo. Non ho sentito nessuno dire “con questi dirigenti non voglio avere nulla a che fare“. Sento parlare di “disgelo”, lo ha fatto il braccio destro di Zingaretti, Massimo Smeriglio, salvo poi essere smentito dal suo capo. Leggo di aperture a Roberto Fico da parte di Maurizio Martina. Ancora più esplicito è stato Giuseppe Sala. Il messaggio che passa è che il PD può essere sostituito alla Lega di Salvini, e la domanda successiva è: “dunque in cosa sono diversi?”. Non è quello che penso io, sia chiaro. Le differenze tra i dirigenti del Partito Democratico e quelli della Lega le vedo. Ma il subconscio è una brutta bestia. Sembra che l’obiettivo sia solo decidere quale sia il modo migliore di tornare al potere, non quale sia la migliore alternativa.

Tanto più che molti parlamentari, soprattutto nella comunicazione sui social network, interpretano il ruolo di opposizione come quelle persone che passano il tempo a sottolineare quello che non gli piace. Se non a prendere in giro gli avversari politici. Un fulgido esempio è la timeline twitter di Alessia Morani. È un’operazione che va fatta, per carità, ma se non è affiancato da una proposta diversa la domanda che sorge è: “e quindi?”. In questo modo il governo beneficia della propria propaganda e di quella dell’opposizione: si parla solo di loro, mai di una possibile alternativa. Per questo l’impressione è che l’opposizione non esista.

Quando il Movimento era minoranza, al martellamento contro gli avversari ha sempre affiancato proposte fortemente alternative, provocatorie, spesso esagerate. Spesso scellerate, razziste, pericolose. Ma c’erano, e questo ha pagato.

Dal punto di vista politico, invece, parto da una considerazione. Il Movimento ha pescato voti a sinistra in un modo molto semplice: accusando i dirigenti dei loro partiti di non essersi opposti a Berlusconi, anzi di aver cercato sempre un accordo con lui. Cosa che in effetti è accaduta nella scorsa legislatura e, prima di questa, quando hanno sostenuto il governo Monti. La domande per chi pensa che sia una buona idea cercare un accordo, un dialogo, un disgelo con i 5 stelle sono: cercando un accordo con Berlusconi siete arrivati al 14%, perché stavolta dovrebbe andare diversamente? Gli elettori ancora fedeli vedono i propri dirigenti rincorrere i nuovi potenti invece di cercare di guidare l’agenda politica. Gli elettori passati ai Cinque Stelle concluderanno che la strategia di “punire” nelle urna funziona: perché dovrebbero cambiarla invece di votare i nuovi potenti?

Soprattutto: perché nessuno sembra capire che dialogo con il Movimento significa parlare con Davide Casaleggio, portatore di un macroscopico conflitto d’interessi e vero padrone del partito?

C’è qualcuno tra i miei lettori che votano a sinistra che mi spiega perché mai ha senso cercare un accordo, dialogo, un come-lo-volete-chiamare con il Movimento 5 Stelle?

Dov’era Roberto Fico?

Domenica scorsa il Presidente della Camera Roberto Fico ha partecipato alla trasmissione Mezz’ora in più, di Lucia Annunziata.

In chiusura di trasmissione ha detto che il Movimento dovrebbe chiedere scusa per il TAP e il Terzo Valico, su cui non è riuscito a mantenere le promesse fatte. In campagna elettorale, infatti, avevano promesso di bloccare le opere.

Proprio sul Terzo Valico, peraltro, il ministro Toninelli ha mentito sui conti: non è vero che costerebbe di più interrompere l’opera che terminarla, come ha dimostrato il Foglio. È chiaro quindi che il Movimento non è in grado di far valere la propria linea su quella del suo alleato di governo. Verosimilmente succederà pure col Tav in Val Susa.

La domanda per il Presidente della Camera è: dov’era quando il Movimento, Grillo e Gianroberto Casaleggio accusavano il sindaco di Parma Pizzarotti di non aver mantenuto promesse che non aveva fatto?

Fico sostiene il Global Compact sull’immigrazione: dov’era quando Grillo e Casaleggio scrivevano post razzisti contro i ROM?

Fico ebbe l’occasione di opporsi alla scalata di Luigi Di Maio, che ha portato all’accordo con la Lega. Preferì l’inganno verso i “suoi”, quei parlamentari che la scorsa legislatura provarono ad organizzare la rivolta, che abbiamo raccontato in Supernova, ma si scelse i generali sbagliati. Laura Castelli, ad esempio, che prima di diventare vice ministro era una nostra fonte.

Scelse di soccombere al potere nascente, riscuotendo – come osserva Nicola Biondo – il più alto dividendo politico disponibile: la presidenza della Camera.

Roberto Fico, purtroppo, è solo l’ennesimo arrampicatore sociale che ha venduto i propri princìpi alla carriera che gli si è stesa davanti. Nulla di nuovo, il Movimento è pieno di questi soggetti.

È stucchevole il fatto che, nell’opposizione, qualcuno possa immaginare di poter dialogare con simili personaggi, credendo che siano in grado di mantenere la parola data.

La trattativa Stato-Movimento

Qualche giorno fa spiegavo come nel Movimento i dissidenti non esistano. Sono una categoria che funzionava la scorsa legislatura, quando all’inizio i parlamentari nemmeno si conoscevano. Casaleggio all’epoca usava l’espulsione come metodo educativo, pensando di avere a che fare con una scolaresca di liceali.

I ragazzini ora sono cresciuti e sanno benissimo come trattare con Luigi Di Maio: minaccia e ricatto. Per ottenere il massimo dividendo politico possibile (copyright Nicola Biondo), proprio come il Presidente della Camera Roberto Fico.

Si è infatti verificato quanto avevo sostenuto: gli emendamenti presentati al decreto sicurezza erano un bluff per alzare la posta. Non solo sono stati ritirati, chissà in cambio di cosa da parte del ministro dello Sviluppo, ma oggi è stata posta la fiducia sul provvedimento, tra gli applausi di Lega e Movimento.

Vedremo cosa succederà col decreto anticorruzione, quello che contiene le norme Salva Casaleggio, ma lo schema sembra funzionare benissimo.

I dissidenti non esistono

Tocca tornare sul tema dei dissidenti perché ad ogni emendamento che un parlamentare del Movimento presenta sembra che stia per cadere il governo. Ovviamente non è così, ora vediamo perché.

Anzitutto il tema, questo sì, è abbastanza vintage. Poteva essere interessante quando Grillo e Casaleggio facevano i video incazzosi per cacciare Favia, o anche all’inizio della scorsa legislatura quando Gianroberto cercava di comandare un gruppo di 160 neodeputati, fino a un giorno prima spesso senza nemmeno un lavoro, a colpi di mazzate digitali. Per un po’ ha pure funzionato. Adesso no, perché oltre a capire i vantaggi di espellere chi non si allinea, cioè rintuzzare le truppe cammellate sui social dei fan delle pagine Facebook, si sono capiti pure gli svantaggi.

Che non sono mediatici, anzi. Più se ne parla, da questo punto di vista, meglio è, più consenso raccolgono. Gli svantaggi sono economici, sia per il gruppo parlamentare che per l’interessato. Il gruppo perde soldi (i contributi di Camera e Senato sono proporzionali al numero di aderenti al gruppo), l’interessato perde la ricandidatura e la visibilità. Appena vieni espulso, non sei più un “dissidente” quindi non sei una notizia.

Nel Movimento, invece, si sono fatti furbi tutti quanti. Lasciare le briglie sciolte permette ai pigiapulsante che Casaleggio ha fatto eleggere di finire sulle homepage dei quotidiani, al partito di mostrare un minimo di vitalità e ai vertici di tenere sul chi va là gli amici della Lega.

Di Maio, dal canto suo, può promettere molto dalla sua posizione: finché la manterrà, se le cose si mettono male, può sempre far passare un emendamento qua e là per mettere a cuccia i suoi cagnolini.

Questo è l’equilibrio che si è venuto a creare. Non esiste alcuna corrente nel Movimento, tanto meno legata al Presidente della Camera che ha dimostrato di avere la spina dorsale di una medusa d’acqua dolce.

C’è qualcosa che minaccia questo equilibrio? Sì: la mancanza di materia prima, cioè ricandidature e potere da distribuire sotto forma di “premi” (per usare il termine che Di Maio ha utilizzato parlando di Luca Lanzalone) parlamentari e non. Nel momento in cui il capo non potrà più promettere nulla, sarà necessario trovare nuovi equilibri. Attenzione: nuovi equilibri. Non significa che salterà il banco: prima di arrivare al voto anticipato la situazione dovrà essere veramente, veramente pericolosa. Difficilmente un parlamento composto al 60% di deputati e senatori di prima nomina sceglierà di tornare al voto.

A febbraio 2022 si vota il nuovo Capo dello Stato.

A settembre 2022 seicento rappresentati del popolo maturano il diritto alla pensione.

Dormite sonni tranquilli, per ora.

La guerra di Fico

“E mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede, ha paura ed imbracciata l’artiglieria non ti ricambia la cortesia”

Così cantava Fabrizio De André ne “La guerra di Piero”. Quella di Roberto Fico contro i nuovi assetti del MoVimento, iniziata molto tempo fa, forse è destinata a finire nello stesso modo.

Sono sempre finiti male tutti i tentativi di animare un dibattito interno al MoVimento 5 Stelle, nonostante siano state provate diverse “tecniche”.

Ha probabilmente ragione Antonino Monteleone che, su Facebook, ha notato come l’attacco a Bruno Vespa (“ha un contratto da artista, non segua la campagna elettorale”) possa essere letto come uno sgambetto a Di Maio, che dagli studi di Porta a Porta raggiungerebbe un pubblico molto specifico, moderato, tendenzialmente di destra, importantissimo per vincere le elezioni.

Questo spiega il tipo di (vecchissima) tattica che forse sta adottando Fico: il logoramento. È curioso: è quella che hanno solitamente usato proprio i dirigenti del partito contro i “dissidenti” eccellenti. Prima con Giovanni Favia, a cui Casaleggio negò il saluto per due anni; poi con Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, a cui Di Maio — che era pure responsabile degli enti locali del partito — non volle concedere mai un incontro. Una lenta ma costante pressione per costringere il malcapitato a commettere un errore o a lasciare la comunità politica.

Difficile, però, che questa strategia sia vincente. Primo perché gli attivisti, che oggi sono solo fan, e gli elettori M5S sono stati abituati a non tollerare gli scontri interni; secondo perché Fico ha già avuto la sua occasione e non l’ha sfruttata. Fu a fine 2016, poco prima dell’incontro di Palermo. In quel momento la popolarità di Di Maio era ai minimi storici, a causa della famosa mail “non capita” sul caso dell’assessore Muraro a Roma e il capo della vigilanza Rai aveva dalla sua parte quasi tutto il gruppo parlamentare, che aspettava solo una guida (o almeno un capro espiatorio, nel caso si mettesse male) per colpire il conterraneo. Ma non lo fece.

Ora è troppo tardi: tutti i suoi più fidati alleati sono saltati già s.ul carro del vincitore, lasciandolo isolato e Di Maio, con l’aiuto di Davide Casaleggio, si è preso il MoVimento.

“Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chieder perdono per ogni peccato”