Salva Casaleggio a metà

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Nel momento in cui scrivo, la Camera sta discutendo la legge anticorruzione del ministro Bonafede. Per quanto leggete, il governo dovrebbe averla votata ponendo la fiducia.

Qualche settimana fa Nicola Biondo aveva scovato nel disegno di legge alcune norme che ho ribattezzato Salva Casaleggio.

In breve, quattro punti:

In una serie di articoli avevo spiegato come questi commi avrebbero avuto l’effetto di blindare per legge Davide Casaleggio nel suo ruolo, consentendogli di amministrare i soldi che arrivano a Rousseau in totale autonomia.

Matteo Renzi riprese la nostra denuncia sui suoi social, seguito dalla stampa nazionale.

Luigi Di Maio fece un video negando che quei provvedimenti fossero pensati per Casaleggio. Se così fosse stato, cioè se queste norme fossero state davvero ritenute utili a contrastare la corruzione, sarebbero dovute rimanere. Eppure nella nuova formulazione sono spariti gli ultimi due commi, proprio quelli che avevo battezzato “comma Rousseau” e “comma Casaleggio”.

Ovviamente la cosa mi fa piacere, evidentemente avevamo colto nel segno. Tanto più che, da quel che sappiamo, in seguito a quell’episodio sono partiti i nervosismi nel Movimento che portarono all’inciampo sul peculato.

Restano tuttavia i primi due: la legge sdogana la struttura di Rousseau, il Sistema Casaleggio. Casaleggio potrà continuare a utilizzare l’associazione privata Rousseau come se fosse la tesoreria del Movimento 5 Stelle, senza che il suo ruolo sia sottoposto a controllo democratico. Anzi, avrà una copertura legislativa. Come conseguenza della norma che prevede la pubblicità dei donatori oltre i 500 euro, Casaleggio sarà sempre l’unico a sapere con certezza da chi arrivano i soldi delle donazioni, che sono quasi tutte sotto i 500 euro.

Oggi, quindi, è un giorno da ricordare: il Movimento 5 Stelle approverà la sua prima legge ad personam.

Salvini è grillino!

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“Siamo il cambiamento!”

[I ministri] “sono dipendenti al vostro servizio!”

“Siamo il primo movimento politico del Paese!”

Vi ricordate Beppe Grillo urlare dal palco di Piazza San Giovanni queste parole? Bene, vi ricordate male, perché queste sono le parole di Matteo Salvini urlate dal palco di Piazza del Popolo a Roma, due giorni fa.

Mi sono guardato i tre quarti d’ora di comizio.

C’è un fatto di cui non si è apparentemente accorto nessuno. Del resto, bisogna conoscere la storia e aver vissuto i primi anni del Blog di Beppe Grillo, dei V-Day e delle liste civiche per capire cosa stia facendo il capo della Lega.

Il discorso è pieno zeppo di riferimenti e parole d’ordine care al Movimento 5 Stelle, quello delle “origini”, dei V-Day. Di slogan di Casaleggio come “non molleremo mai”. Di repertorio di Beppe Grillo: “ci vuole un’idea di futuro a cinquant’anni“.

Sono risuonate parole come “cambiamento”, “cittadini”, “onestà“. Perfino il passaggio sulle forze dell’ordine che “sono con noi” non è di Salvini: lo diceva Beppe Grillo ai comizi.

I casi sono due: o Matteo Salvini sta cercando di tranquillizzare l’elettorato e i parlamentari del compagno di strada, Luigi Di Maio, oppure glieli vuole soffiare.

L’impressione che ho avuto è che il ministro dell’Interno stia giocando una partita inedita. Stia cercando di scambiare il mazzo con l’alleato di governo, avendo fiutato qualcosa.

Sei mesi fa il Movimento e Di Maio erano considerati l’ala moderata del governo e Salvini quella estremista. La percezione è cambiata o sta cambiando velocemente. La Lega vuole apparire più dialogante, responsabile (altro termine ricorrente durante il comizio), coi “piedi ben piantati a terra”. Perfino l’Europa non è più il nemico, ma va “cambiata dall’interno“. Proprio come proponeva Di Maio in campagna elettorale.

In politica, come sempre, i vuoti si riempiono. Così, se Di Maio non è considerato affidabile dai rappresentanti delle categorie produttive, Salvini li accoglie al ministero. Se il Movimento propone una tassa sulle auto inquinanti, Salvini mette il veto.

Così facendo, costringe gli alleati su posizioni più estreme, per potersi accreditare come quello ragionevole.

Se Di Battista si schiera con le proteste in Francia, Salvini sottolinea quanto sia pacifica la sua piazza. Come fece Grillo a Bologna l’8 settembre 2007.

Conta, in questo scenario, tutta l’esperienza politica di Salvini e soprattutto di Giorgetti, molto più scaltri e rapidi ad annusare il vento che cambia. Diceva Enrico Cuccia che le azioni non si contano ma si pesano. Lo stesso vale per i voti: Salvini ha preso il 17% il 4 marzo scorso; Di Maio il 32%; ma il consenso del governo, adesso, lo tiene alto la Lega.

Per questo comanda Salvini.

Che si vuole riprendere uno a uno i voti – soprattutto quelli del Sud – del centrodestra migrati verso il “moderato” Di Maio alle scorse politiche.

 

Dall’Osso dal Movimento a Berlusconi: le conseguenze

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Non basterà la battuta di Grillo (“offro il doppio di Berlusconi“) per evitare le conseguenze del passaggio del deputato Matteo Dall’Osso dal Movimento a Forza Italia.

Dall’Osso, infatti, rappresenta molte prime volte. Soprattutto, era un militante storico del Movimento, da quando ancora non esisteva.

Una grana che potrebbe aprire nuovi fronti nel gruppo parlamentare, che già non vive un momento sereno.

L’episodio è clamoroso per tanti motivi: è il primo parlamentare del Movimento che dalla maggioranza passa all’opposizione, direttamente in un altro partito senza passare dal gruppo misto.

Lo fa in diretta polemica con i vertici, Di Maio in particolare, per documentati motivi politici, dopo aver tentato in ogni modo di ottenere l’approvazione di un emendamento.

Dimostra la dinamica che vado descrivendo da mesi: il gruppo si tiene finché Di Maio riesce a garantire risultati, nomine, prebende politiche. Dimostra che, ormai, non c’è più alcuna spinta ideale nemmeno tra i militanti che hanno investito ore, giorni, mesi prima che perfino si potesse ipotizzare di diventare deputati. Dimostra, pure, l’affinità con la destra del Paese. È lì che si guarda, quando col Movimento è finita.

Non c’è una comunità, non c’è un “sogno” che tenga insieme il gruppo parlamentare, solo una fitta rete di ricatti e aspettative. Tutti lo sanno. Nessuno, prima, si era stancato di aspettare. Ora è accaduto. Ora Di Maio e soci sanno che niente è al sicuro: neppure i più fidati, insospettabili buongustai, quelli che si sono bevuti tutto, che si sono ingoiati dieci anni di rospi, sono più disposti ad aspettare.

C’è terreno fertile – vedremo quanto – per la campagna reclutamento di Berlusconi e Forza Italia. E al Senato il governo si regge su sei voti.

L’addio di Matteo Dall’Osso apre, inevitabilmente, un altro fronte: l’efficacia e la credibilità della multa di 100.000 euro prevista per chi, come lui, lascia il partito. È un meccanismo che si era inventato Gianroberto Casaleggio, sulla scorta di quel che faceva Antonio Di Pietro. Solo che non ha mai funzionato. Nessuno ha mai pagato alcuna multa.

Il primo episodio c’era stato qualche mese fa, all’uscita di un europarlamentare. Anche allora il trattamento era stato molto comprensivo, e nessuna multa fu richiesta. Questo secondo episodio tradisce la consapevolezza che quella norma sia inapplicabile, perché incostituzionale. Meglio lasciare il sospetto e il timore, piuttosto che rischiare la certezza. “Basta che lo credano“, diceva Gianroberto.

Come dicevo pochi giorni fa, sono finiti soldi e posti. Ora c’è un sentiero tracciato.

Ora si devono inventare qualcos’altro per trattenere gli oltre trecento parlamentari a cui si offre di diventare finalmente davvero determinanti, prima per far cadere il governo, poi per farne nascere uno nuovo.

La legislatura è ancora lunga, ne vedremo delle belle.

Salvini vuol dare le carte

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Ieri Salvini ha fatto una dichiarazione molto interessante, ambivalente.

Ha detto che il contratto di governo può essere “ritarato“, dando anche un’orizzonte temporale: “settembre 2020”.

Molti, leggo, la interpretano come una minaccia. Io non credo sia così. Penso che questa dichiarazione dica molto dei rapporti col Movimento e delle prospettive strategiche di Salvini.

Anzitutto, significa che c’è una carta in più da giocare prima che cada il governo. In caso di crisi, si può trovare un altro accordo. Probabile che dopo il voto europeo gli equilibri politici siano diversi, con un peso delle due forze più equilibrato rispetto al voto politico. Sul tavolo, insieme alla composizione del governo, Salvini mette anche il programma.

Secondo, è una rassicurazione più che una minaccia nei confronti del Movimento. Luigi Di Maio e colleghi temono una crisi di governo come la peste. Non terrebbero i gruppi parlamentari, pieno di deputati e senatori di prima nomina che non vogliono tornare al voto. In buona compagnia: nelle stesse condizioni ci sono quasi 600 parlamentari.

Salvini sa bene che Di Maio si venderà pure le mutande prima di rinunciare al governo.

Terzo: è una rassicurazione, quella di Salvini, anche verso il proprio elettorato, molto nervoso. Passata la finanziaria, vediamo di aggiustare quel che non va.

Infine, indicare il 2020, una data lontana, dimostra la volontà di tenere in piedi la legislatura. Nemmeno la Lega, che pure ha sondaggi favorevoli, ha voglia di spendere altri milioni di euro in una campagna elettorale, magari durante una recessione.

Di Maio: Casaleggio Associati non c’entra nulla!

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Sì, il titolo è provocatorio.

Ovviamente Casaleggio Associati c’entra eccome con Luigi Di Maio, il Movimento 5 Stelle e, indirettamente, col video di scuse di Antonio Di Maio.

Ma non come hanno raccontato alcuni quotidiani, che hanno parlato di video prodotto direttamente dall’azienda milanese. L’hanno fatto perché il nome del padre del ministro ha la stessa grafica dei video ufficiali del Movimento 5 Stelle. Ma non è vero che sia stato prodotto da Casaleggio Associati. L’ha fatto la comunicazione del partito che risponde all’Associazione Rousseau. Credo che la struttura del Sistema Casaleggio vada raccontata in maniera corretta e precisa.

Anche perché l’intreccio d’interessi e potere è ben più intricato e grave della produzione di un video di pochi minuti.

Capisco, però, perché viene fatta questa semplificazione. Per molti anni, fino al 2016, è stato vero che l’azienda si occupava di tutto, dalla comunicazione ufficiale all’amministrazione delle liste all’organizzazione di eventi per il partito. E il suo presidente, Gianroberto Casaleggio, si occupava pure dell’indirizzo politico.

Alla sua morte, però, il figlio Davide ha ereditato azienda e partito e ha trasferito le attività di quest’ultimo nell’Associazione Rousseau, raccogliendo pure “donazioni” obbligatorie dai parlamentari. Tramite l’associazione Gianroberto Casaleggio, invece, continua l’attività di networking, incontrando portatori d’interesse durante l’anno e raccogliendo importanti personalità della cultura, finanzia, giornalismo, economia italiani a Ivrea alla manifestazione “Sum”.

Conseguenza? Non è certo un caso che la settimana in cui l’azienda presenta una ricerca sulla Blockchain il ministro dello sviluppo economico annunci un fondo per finanziare questa tecnologia, i cui beneficiari saranno verosimilmente gli stessi presenti nella platea di Casaleggio.

Questo conflitto d’interessi, il Sistema Casaleggio, va raccontato.

Questo è interessante, molto più, ripeto, della produzione di un video di pochi minuti.

Beppe Grillo: la clava contro Roberta Lombardi

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Lo scorso 1 dicembre c’è stata una mozione di sfiducia nei confronti di Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio.

La giunta si regge grazie all’appoggio esterno del Movimento 5 Stelle, che però non ha votato compatto e ha lasciato Zingaretti al suo posto.

Il giorno prima Luigi Di Maio, capo politico del Movimento, seguito da Beppe Grillo, ha invitato i consiglieri laziali a votare compatti la sfiducia per far cadere la giunta e portare la regione al voto.

Roberta Lombardi, capogruppo in consiglio regionale, aveva dato indicazioni diverse: uscire dall’aula per non far cadere Zingaretti, cui ha garantito una sorta di non sfiducia per governare. Non ha, peraltro, nascosto la sua seccatura per l’intervento esterno: “Grillo non si occupa di tematiche territoriali e mi chiedo chi lo abbia spinto a intervenire e cosa gli abbia detto. Per il futuro chiedo a Beppe e Luigi che qualsiasi cosa volessero sapere sul Lazio mi chiamassero“.

Chiaramente, i consiglieri regionali – inclusa Lombardi – non hanno alcuna intenzione di chiudere anzitempo la legislatura rinunciando al proprio ruolo, stipendio, lavoro. Da questa vicenda, però, possiamo ricavare altri due dati che ci permettono di capire meglio i rapporti di forza e i progetti a medio termine dei dirigenti romani e milanesi del partito.

Cerchiamo intanto di spiegare a Lombardi chi ha “spinto” Grillo a quelle dichiarazioni.

Come abbiamo spiegato in Supernova io e Nicola Biondo, Grillo non ha mai preso una decisione, né scritto un post, né avuto alcun ruolo autonomo. Ha sempre avuto e continua ad avere ghostwriter e suggeritori. All’inizio dell’anno ha lasciato Casaleggio Associati, che non gestisce più il suo Blog. Davide Casaleggio, però, attraverso l’associazione Rousseau e in accordo con Di Maio continua ad amministrare la comunicazione del Movimento. Quando Grillo parla del partito, dunque, lo fa su indicazione dei due diarchi: Di Maio e Casaleggio. I quali, evidentemente, sono interessati a far cadere la giunta Zingaretti. Perché?

Lo si capisce guardando ai sondaggi e agli altri segnali, piccoli e grandi, che arrivano dai territori.

Primo indizio: giorni fa, Giancarlo Cancelleri ha dichiarato di essere ben felice di fare alleanze post elettorali con la Lega in Sicilia.

Secondo indizio: alcune settimane prima, l’eurodeputato Marco Valli parlando con La Stampa aveva spiegato che ci sono tentativi e interlocuzioni per il nuovo gruppo europeo, ma è possibile anche un’alleanza con Salvini e Le Pen. Valli è subito dopo caduto in disgrazia ed è ora sospeso dal Movimento.

Terzo indizio: il Movimento ha rinunciato a tutti gli emendamenti, inclusi quelli dei fantomatici “dissidenti”, al decreto sicurezza di Salvini, che così è diventato legge.

Insomma, tutto sembra portare a concludere che l’intenzione dei dirigenti sia quello di proseguire sulla strada di una maggiore convergenza con la Lega, soprattutto in vista delle prossime Europee. A quel voto Salvini potrebbe arrivare in miglior salute e raggiungere se non sorpassare il Movimento. Subito dopo, in funzione del nuovo peso politico dei due alleati, si dovranno trovare nuovi equilibri.

Evidentemente, Di Maio vuole portare in dote qualche scalpo sul tavolo delle trattative, visto che non potrà più vantare l’egemonia elettorale.

La vicenda su Zingaretti, con Grillo usato come clava contro gli stessi consiglieri locali, rientra perfettamente in questa cornice.

 

La trattativa Stato-Movimento

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Qualche giorno fa spiegavo come nel Movimento i dissidenti non esistano. Sono una categoria che funzionava la scorsa legislatura, quando all’inizio i parlamentari nemmeno si conoscevano. Casaleggio all’epoca usava l’espulsione come metodo educativo, pensando di avere a che fare con una scolaresca di liceali.

I ragazzini ora sono cresciuti e sanno benissimo come trattare con Luigi Di Maio: minaccia e ricatto. Per ottenere il massimo dividendo politico possibile (copyright Nicola Biondo), proprio come il Presidente della Camera Roberto Fico.

Si è infatti verificato quanto avevo sostenuto: gli emendamenti presentati al decreto sicurezza erano un bluff per alzare la posta. Non solo sono stati ritirati, chissà in cambio di cosa da parte del ministro dello Sviluppo, ma oggi è stata posta la fiducia sul provvedimento, tra gli applausi di Lega e Movimento.

Vedremo cosa succederà col decreto anticorruzione, quello che contiene le norme Salva Casaleggio, ma lo schema sembra funzionare benissimo.

M5s e Lega: nei comuni nasce la Terza Repubblica

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Per capire il futuro della politica nazionale, spesso può essere utile leggere le cronache locali.

Mercoledì scorso il Giornale di Sicilia pubblica il resoconto di un’intervista televisiva di Giancarlo Cancelleri, tirapiedi siciliano di Luigi Di Maio e fratello dell’onorevole Azzurra Cancelleri, alla seconda legislatura.

L’articolo contiene una notizia e mezza. Anche al voto europeo, la prossima primavera, ci saranno candidature scelte direttamente dal Capo Politico, cioè Di Maio. L’obiettivo è raccogliere preferenze, per farlo servono volti noti. Proprio come ai collegi uninominali dello scorso voto politico. È una mezza notizia perché sembra naturale che vogliano provare di nuovo l’ebbrezza di poter distribuire potere e assicurarsi fedeltà.

La notizia vera è un’altra: Cancelleri apre ad alleanze post elettorali a livello locale e lo fa con riferimento alla Lega. Il Movimento “non fa alleanze preventive” ma con la Lega si può “trovare un punto di intesa successivo”.

Uno scenario simile, se dovesse trovare riscontri reali dopo le amministrative, significherebbe che si sta delineando la politica nazionale dei prossimi dieci anni. Uno scenario che trova riscontro a Roma (com’è ovvio) come a Bruxelles. Scrivevo qualche settimana fa come in europa il Movimento sia condannato a trovare nuove alleanze per contare qualcosa. Orfano di Nigel Farage (il Regno Unito, causa Brexit, non eleggerà europarlamentari), Di Maio e soci dovranno trovare una nuova casa, pena l’impossibilità di esercitare l’azione politica e, soprattutto, di accedere ai fondi riservati ai gruppi politici. Servono 25 parlamentari di sette paesi per formare un gruppo: l’aggancio con l’ALDE (i liberali) è fallito due anni fa, i verdi non ne vogliono sapere (e nemmeno Casaleggio).

Al Movimento, per adesso, resta il gruppo di Salvini e Marine Le Pen.

M5s, anticorruzione: i veri problemi dietro il rinvio a dicembre

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La vicenda è ormai nota. Martedì la Camera approva con voto segreto un emendamento alla legge anticorruzione (quella che contiene – ancora, ma ci torneremo – le norme salva Casaleggio) che ammorbidisce i reati di abuso d’ufficio e peculato.

Ovviamente c’è un problema, significa che qualcuno, nella maggioranza, ha votato con l’opposizione. Aldo Giannuli, visto che l’estensore dell’emendamento è un ex M5s iscritto alla massoneria, ha ipotizzato un accordo trasversale tra confratelli.

Sia come sia, secondo i calcoli, i deputati di maggioranza che hanno votato l’emendamento contro la linea definita dal governo sono almeno 36. Statisticamente è molto difficile che, come accusa Di Maio, siano tutti della Lega. Ieri, nell’assemblea trasmessa in streaming, è apparso estremamente in difficoltà. Ma questa, ovviamente, è una mia impressione.

Come spiegavo ieri, nel Movimento è finita la stagione dei dissidenti che, pubblicamente, mettono in difficoltà la leadership: non conviene a nessuno. Meglio, come ha fatto Roberto Fico, incassare alti dividendi politici (copyright Nicola Biondo) con messaggi comprensibili solo a chi ha le giuste chiavi di lettura.

Quell’emendamento è un provvedimento secondario, che si può eventualmente correggere con altri passaggi parlamentari. Questo voto è un messaggio. Ai parlamentari del Movimento 5 Stelle non importa nulla di quello che si vota o meno, si può anche derogare ai princìpi per un reato come il peculato (l’appropriazione indebita di risorse dello Stato da parte di pubblici funzionari). Quello che importa è che tutti abbiano la propria ricompensa: in questi mesi, senatori e deputati provenienti dalla scorsa legislatura sono stati accontentati. Posti di governo e sottogoverno, presidenze di commissione, incarichi nel partito. Quelli di prima nomina, invece, sono ancora in lista d’attesa, e la pazienza sta finendo.

La preoccupazione è che la leadership di Luigi Di Maio non sia in grado di garantire nulla per il prossimo giro di giostra. Il sospetto è che, ormai, chi ha più “anzianità” si sia rassegnato al fatto che questa legislatura resterà un’esperienza isolata.

Se così dev’essere, allora durerà cinque anni, anche a costo di cambiare cavallo, leader, governo. C’è chi, nel Movimento, senza esporsi come “dissidente”, è comunque pronto a formare maggioranze alternative per tutelare la legislatura.

I dissidenti non esistono

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Tocca tornare sul tema dei dissidenti perché ad ogni emendamento che un parlamentare del Movimento presenta sembra che stia per cadere il governo. Ovviamente non è così, ora vediamo perché.

Anzitutto il tema, questo sì, è abbastanza vintage. Poteva essere interessante quando Grillo e Casaleggio facevano i video incazzosi per cacciare Favia, o anche all’inizio della scorsa legislatura quando Gianroberto cercava di comandare un gruppo di 160 neodeputati, fino a un giorno prima spesso senza nemmeno un lavoro, a colpi di mazzate digitali. Per un po’ ha pure funzionato. Adesso no, perché oltre a capire i vantaggi di espellere chi non si allinea, cioè rintuzzare le truppe cammellate sui social dei fan delle pagine Facebook, si sono capiti pure gli svantaggi.

Che non sono mediatici, anzi. Più se ne parla, da questo punto di vista, meglio è, più consenso raccolgono. Gli svantaggi sono economici, sia per il gruppo parlamentare che per l’interessato. Il gruppo perde soldi (i contributi di Camera e Senato sono proporzionali al numero di aderenti al gruppo), l’interessato perde la ricandidatura e la visibilità. Appena vieni espulso, non sei più un “dissidente” quindi non sei una notizia.

Nel Movimento, invece, si sono fatti furbi tutti quanti. Lasciare le briglie sciolte permette ai pigiapulsante che Casaleggio ha fatto eleggere di finire sulle homepage dei quotidiani, al partito di mostrare un minimo di vitalità e ai vertici di tenere sul chi va là gli amici della Lega.

Di Maio, dal canto suo, può promettere molto dalla sua posizione: finché la manterrà, se le cose si mettono male, può sempre far passare un emendamento qua e là per mettere a cuccia i suoi cagnolini.

Questo è l’equilibrio che si è venuto a creare. Non esiste alcuna corrente nel Movimento, tanto meno legata al Presidente della Camera che ha dimostrato di avere la spina dorsale di una medusa d’acqua dolce.

C’è qualcosa che minaccia questo equilibrio? Sì: la mancanza di materia prima, cioè ricandidature e potere da distribuire sotto forma di “premi” (per usare il termine che Di Maio ha utilizzato parlando di Luca Lanzalone) parlamentari e non. Nel momento in cui il capo non potrà più promettere nulla, sarà necessario trovare nuovi equilibri. Attenzione: nuovi equilibri. Non significa che salterà il banco: prima di arrivare al voto anticipato la situazione dovrà essere veramente, veramente pericolosa. Difficilmente un parlamento composto al 60% di deputati e senatori di prima nomina sceglierà di tornare al voto.

A febbraio 2022 si vota il nuovo Capo dello Stato.

A settembre 2022 seicento rappresentati del popolo maturano il diritto alla pensione.

Dormite sonni tranquilli, per ora.