I dissidenti non esistono

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Tocca tornare sul tema dei dissidenti perché ad ogni emendamento che un parlamentare del Movimento presenta sembra che stia per cadere il governo. Ovviamente non è così, ora vediamo perché.

Anzitutto il tema, questo sì, è abbastanza vintage. Poteva essere interessante quando Grillo e Casaleggio facevano i video incazzosi per cacciare Favia, o anche all’inizio della scorsa legislatura quando Gianroberto cercava di comandare un gruppo di 160 neodeputati, fino a un giorno prima spesso senza nemmeno un lavoro, a colpi di mazzate digitali. Per un po’ ha pure funzionato. Adesso no, perché oltre a capire i vantaggi di espellere chi non si allinea, cioè rintuzzare le truppe cammellate sui social dei fan delle pagine Facebook, si sono capiti pure gli svantaggi.

Che non sono mediatici, anzi. Più se ne parla, da questo punto di vista, meglio è, più consenso raccolgono. Gli svantaggi sono economici, sia per il gruppo parlamentare che per l’interessato. Il gruppo perde soldi (i contributi di Camera e Senato sono proporzionali al numero di aderenti al gruppo), l’interessato perde la ricandidatura e la visibilità. Appena vieni espulso, non sei più un “dissidente” quindi non sei una notizia.

Nel Movimento, invece, si sono fatti furbi tutti quanti. Lasciare le briglie sciolte permette ai pigiapulsante che Casaleggio ha fatto eleggere di finire sulle homepage dei quotidiani, al partito di mostrare un minimo di vitalità e ai vertici di tenere sul chi va là gli amici della Lega.

Di Maio, dal canto suo, può promettere molto dalla sua posizione: finché la manterrà, se le cose si mettono male, può sempre far passare un emendamento qua e là per mettere a cuccia i suoi cagnolini.

Questo è l’equilibrio che si è venuto a creare. Non esiste alcuna corrente nel Movimento, tanto meno legata al Presidente della Camera che ha dimostrato di avere la spina dorsale di una medusa d’acqua dolce.

C’è qualcosa che minaccia questo equilibrio? Sì: la mancanza di materia prima, cioè ricandidature e potere da distribuire sotto forma di “premi” (per usare il termine che Di Maio ha utilizzato parlando di Luca Lanzalone) parlamentari e non. Nel momento in cui il capo non potrà più promettere nulla, sarà necessario trovare nuovi equilibri. Attenzione: nuovi equilibri. Non significa che salterà il banco: prima di arrivare al voto anticipato la situazione dovrà essere veramente, veramente pericolosa. Difficilmente un parlamento composto al 60% di deputati e senatori di prima nomina sceglierà di tornare al voto.

A febbraio 2022 si vota il nuovo Capo dello Stato.

A settembre 2022 seicento rappresentati del popolo maturano il diritto alla pensione.

Dormite sonni tranquilli, per ora.

Luca Parnasi ha finanziato l’Associazione Rousseau?

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Torniamo a parlare della salva Casaleggio. Breve riassunto: il ministro Bonafede ha presentato la legge anticorruzione che contiene alcuni commi cuciti addosso all’associazione Rousseau e a Davide Casaleggio. Queste norme, infatti, cristallizzando e legittimano per legge la singolare amministrazione del Movimento 5 Stelle, di fatto in mano proprio a Rousseau.

Di Maio, settimana scorsa, ha pubblicato un video in cui rispondeva alle nostre osservazioni, senza però affrontarne nemmeno una.

La prima riguarda la natura dell’Associazione Rousseau e la sua legittimità ad amministrare il partito e raccogliere soldi a suo nome da parlamentari e simpatizzanti.

Proprio la raccolta dei fondi riguarda un altro comma della legge: viene abbassato il limite per cui è necessario comunicare il donatore a questi soggetti (fondazioni e, ora, anche associazioni) da 5000 a 500 euro.

Apparentemente sembra una norma di trasparenza. In realtà da un lato consegna un vantaggio competitivo al Movimento e a Rousseau, visto che la maggior parte delle donazioni è inferiore a quella cifra a differenza dagli altri soggetti politici. Dall’altro mette al riparo lo stesso Casaleggio dalle domande indiscrete dei parlamentari, visto che oltre alla privacy ci sarà anche questa legislazione a proteggere l’identità dei donatori.

Attenzione però: in questo modo solo Davide Casaleggio (e i suoi dipendenti) potranno conoscere in effetti chi sostiene finanziariamente il Movimento. È un’informazione determinante per conoscere chi sono i portatori d’interessi del primo partito di governo ed è un’informazione che sarà nella sola disponibilità di un soggetto privato, non sottoposto a controllo democratico, che dispone di quei fondi del tutto autonomamente.

È chiaro che questa informazione rafforza enormemente, per legge, l’influenza di Casaleggio sul partito. Ad esempio, è l’unico a sapere se quelle decine e decine di “L.P.” tra i donatori a Rousseau siano o meno, facciamo un esempio di scuola, Luca Parnasi. Sarebbe interessante saperlo perché Parnasi è indagato insieme a Lanzalone per la vicenda dello Stadio della Roma, e Lanzalone è colui che ha scritto lo Statuo del Movimento.

Se questa lobby abbia o meno sostenuto finanziariamente il Movimento 5 Stelle tramite l’Associazione Rousseau lo sa solo Davide Casaleggio. Grazie alla legge salva Casaleggio sarà sempre così.

Rousseau legittimata per legge grazie alla #salvacasaleggio

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La scorsa settimana ho scritto un articolo per spiegare come nella legge anticorruzione di Bonafede si nascondano delle norme salva Casaleggio. Il ministro Di Maio ha replicato con un video su Facebook con alcune bugie e nessuna spiegazione sugli aiuti all’Assocazione Rousseau e Davide Casaleggio previsti dal provvedimento. Il Movimento, però, ha pure rimandato di una settimana l’inizio della discussione in Aula.

Non tutto è chiaro tra i pentastellati: il motivo della reazione del ministro è la difficoltà crescente a spiegare il ruolo di Casaleggio e la sua legittimità di raccogliere e gestire in autonomia una marea di soldi, quasi nove milioni di euro a legislatura. Può farlo grazie a un articolo del nuovo Statuo del M5s, scritto lo scorso anno da Luca Lanzalone, che stabilisce la delega all’associazione Rousseau dell’amministrazione dei processi democratici del partito e, di conseguenza, nel regolamento viene prevista una quota per ogni eletto di 300€ al mese da conferire per lo scopo all’associazione di Casaleggio.

Questi soldi, più quelli raccolti tra i simpatizzanti, vengo utilizzati anche per altro, come ad esempio la Rousseau Open Academy, iniziativa di Casaleggio mai deliberata dagli organi del partito.

Tra i parlamentari, comprensibilmente, comincia ad esserci un po’ d’insofferenza: per quale motivo dev’essere proprio Davide Casaleggio tramite un’associazione privata? Perché non può farlo direttamente il partito, visto che peraltro il portale Rousseau è un colabrodo che mette a rischio i dati degli utenti?

È qui che interviene il primo punto della norma salva Casaleggio. L’articolo 9 della legge Bonafede dice che “sono equiparate ai partiti e movimenti politici le fondazioni, le associazioni e i comitati la composizione dei cui organi direttivi sia determinata in tutto o in parte da deliberazioni di partiti o movimenti politici ovvero che abbiano come scopo sociale l’elaborazione di politiche pubbliche”. Come Rousseau.

Viene legittimata per legge ed equiparata ad una fondazione politica l’associazione privata di Casaleggio, fondata insieme al padre mentre quest’ultimo era sul proprio letto di morte.

Viene legittimata per legge la successione dinastica dell’amministrazione del primo partito al governo dell’Italia.

Il primo passaggio cui ne seguiranno altri, come vedremo nei prossimi giorni, per blindare l’associazione Rousseau come amministratore del partito e mettere al riparo Casaleggio, e i soldi che raccoglie in nome e per conto del Movimento 5 Stelle, dai dubbi dei parlamentari.

Gregorio De Falco e la merda nel ventilatore

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È partita la macchina del fango a danno del senatore Gregorio De Falco. Èd è fuoco amico, che parte da un cecchino molto vicino a Di Maio e Davide Casaleggio.

Quando Gianroberto Casaleggio amministrava il Blog di Beppe Grillo, se un eletto del M5s cominciava a dare “segni di cedimento” mettendo a rischio “la testuggine romana”, per usare le parole di Luigi Di Maio, la reazione era tanto semplice quanto spietata. Si scriveva un post, o più spesso un PS, per insultare o dileggiare l’interessata o l’interessato. Accadde con Federica Salsi, rea di aver partecipato a una trasmissione televisiva (!); accadde a Valentino Tavolazzi, accusato di voler organizzare una riunione (!); accadde, molto rumorosamente, a Giovanni Favia reo di aver parlato male del capo con un giornalista (!).

In particolare con Favia fu sperimentata una tecnica a quel tempo “innovativa”: fu fatto scrivere da un giornalista tirapiedi un articolo, poi pubblicato sul Blog, in cui s’insinuava che il fuori onda durante il quale Favia commentava l’operato di Casaleggio fosse concordato. Circostanza del tutto falsa, ma il messaggio passò nella comunità del Blog ed espellere Favia, settimane dopo, fu, per i garanti, molto più semplice di quanto potesse sembrare inizialmente.

Che si fa oggi quando un parlamentare del M5s mette a rischio la credibilità del capo? Cosa succede se il Senatore De Falco, scelto personalmente da Luigi Di Maio dà segni d’insofferenza e si permette di criticare la linea del governo?

De Falco ha di recente espresso contrarietà ad alcune norme del decreto sicurezza, lamentandosi della richiesta di ritirare gli emendamenti, annunciando voto contrario a meno che non sia posta la questione di fiducia. Per intenderci: non vuole mettere in crisi il governo, ma non è disposto a rinunciare alle sue prerogative di senatore. Ho già espresso la mia opinione in merito ai nuovi “dissidenti“, non mi ripeterò qui, ma potete leggere l’articolo della scorsa settimana.

Ma qualcosa è successo, nel sottobosco della comunicazione parallela legata, in maniera più o meno evidente e più o meno stretta, a Di Maio e al Sistema Casaleggio. È apparso un articolo sul sito Silenzi e Falsità del tutto simile, per struttura e contenuti, a quello che fu pubblicato per la character assassination di Giovanni Favia. Si ricorda il passato pubblico di De Falco (“…salga a bordo, cazzo!”) sostenendo che fosse una recita. Lo si accusa di essere un infiltrato di Repubblica. Insomma, lo si addita come sabotatore. Qual è il fatto interessante? Che il sito Silenzi e Falsità è di proprietà di Marcello Dettori, fratello di Pietro il quale è consigliere di Di Maio e socio di Davide Casaleggio nell’Associazione Rousseau.

Un pezzo di Sistema che si muove tempestivamente, probabilmente senza nemmeno necessità di coordinamento. Come le formiche descritte da Davide Casaleggio nel suo libro Tu Sei Rete.

Grazie a Lucio Di Gaetano per la segnalazione.

M5s: le grandi opere si faranno tutte

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Sono abbastanza convinto che le grandi opere, col Movimento 5 Stelle, si faranno tutte. TAP, MUOS, TAV, Brennero. Me ne sono convinto soprattutto dopo la gestione del dossier sul gasdotto, approvato settimana scorsa dal Governo Conte: quella vicenda è illuminante sotto molti aspetti.

Se avete la pazienza di seguirmi, bisogna partire dall’idea che Gianroberto Casaleggio aveva del Movimento: come abbiamo spiegato in Supernova io e Nicola Biondo, Casaleggio intendeva federare le realtà locali già esistenti, sia le esperienze politiche, le liste civiche, che quelle dei comitati di protesta. Pochi lo ricordano, ma per la versione “beta” del Movimento il Blog di Grillo invitava liste locali anche già formate, non necessariamente con la faccia di Grillo nel contrassegno, a inviare la documentazione (programma, casellari giudiziari dei candidati) per ottenere la bollinatura ed essere sponsorizzate dal Blog. Il progetto fu abbandonato quasi subito a causa dei conflitti, inevitabili, tra le liste già esistenti e quelle formate dai MeetUp, che pretendevano un diritto di prelazione.

Sul fronte dei comitati, invece, la speranza di Roberto era la contaminazione: avrebbe voluto che le liste civiche fossero formate dagli stessi leader dei movimenti di protesta, non diventare i nuovi referenti politici. La motivazione è piuttosto scontata: se fossero stati parte integrante del Movimento non ci sarebbe stato il rischio che, per qualche motivo, ce li si ritrovasse contro prima o poi. Casaleggio voleva fornire una piattaforma comune che ciascuna realtà potesse utilizzare per veicolare la propria battaglia, inglobando nella sua creatura il consenso che i NoTav, no Muos, no Mose, no Tap avevano già faticosamente raccolto. Questo concetto venne ingenuamente spiegato da Roberta Lombardi nella celeberrima diretta con Bersani: “siamo noi le parti sociali“. Come alcuni candidati raccontarono, in quei primi anni si tenevano in Casaleggio Associati alcuni incontri preparatori alla campagna elettorale durante i quali Davide Casaleggio invitava a non considerare alleanze con i Verdi perché “siamo noi i Verdi“.

In alcuni casi questa operazione è in parte riuscita: in Piemonte, ad esempio, molti degli eletti locali e nazionali arrivano dall’esperienza No Tav. La saldatura, però, è in generale fallita e l’attuale dirigenza, quella che ha scalato il Movimento, non viene da nessuna di queste realtà ed esperienze. Di Maio, Toninelli, Lezzi non erano attivisti di alcuna di queste proteste; il M5s è diventato ciò che Gianroberto voleva evitare: solo l’ennesimo referente politico al quale possono essere voltate le spalle nel momento in cui non mantiene le promesse.

L’approvazione del gasdotto TAP dimostra benissimo quanto spiegato e ci aiuta a capire cosa succederà in futuro: lo schema è semplicemente replicabile. Si avvia una verifica costi-benefici della promessa, si appura che l’opera non si può fermare per i costi elevati, il presidente del Consiglio, sconosciuto prima del voto, non vincolato da un incarico elettivo, si assume la responsabilità della scelta. Ai Di Maio, Toninelli, Lezzi non importa nulla della Val Susa, del Salento, del Brennero o della concessione ai Benetton: sono ben felici di rivendicare i meriti delle battaglie combattute da altri quanto di allontanare da sé la responsabilità delle promesse tradite.

Bene fa il comitato anti Muos a preoccuparsi: nella maggior parte dei casi le grandi opere sono inserite in contesti molto più grandi e complessi dei piccoli interessi elettorali di un ministro o un parlamentare, come spiega ad esempio Nicolò Carboni sulla vicenda TAP.

Accadrà di nuovo, per ogni singolo dossier aperto.

Il nuovo giochino dei dissidenti

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Segnatevi la frase “principi originari del Movimento“: è quello il segnale.

Quando un parlamentare viene additato come “dissidente” e pronuncia quella frase ha già deciso che il M5s non è più la sua casa e vuole alzare la posta per evitare di complicare la vita di Di Maio e Rocco Casalino.

Quella frase è un segnale ed è la criptonite dei dirigenti: Casaleggio, Grillo, Di Maio, Casalino. Lo è perché è chiaro ed evidente che il partito non c’entra nulla col il Movimento del 2009, quando ancora non erano stati capiti (nemmeno dal sottoscritto) la natura e i propositi dei Casaleggio; lo è perché quella frase ricorda le precedenti esperienze coi “dissidenti” da Valentino Tavolazzi (espulso con un ps. sul Blog nel 2012), tutte dolorose, ciascuna più devastante della precedente.

Se qualche anno fa il tentativo di coloro ai quali la gestione del partito era diventata stretta era quello di provocare uno scossone e cercare di rimettere la comunità in carreggiata, oggi non esiste proprio più la comunità. Gli attivisti, come scrive Nicola Biondo nel nostro Supernova, sono stati rimpiazzati dai fan delle pagine Facebook dei parlamentari. Non c’è alcuna possibilità di contribuire alla linea politica decisa da Di Maio e Casaleggio, che governano il M5s grazie a uno Statuto, scritto da Luca Lanzalone, che attribuisce ogni potere al capo politico e l’amministrazione dei processi democratici (o almeno della loro facciata) e dei finanziamenti di attivisti e parlamentari all’associazione Rousseau.

Sono anche cambiate le condizioni: il M5s oggi è al governo e Di Maio, che sullo scambio di cortesie ha costruito la sua scalata al Movimento, ha molto più da offrire rispetto a quando era vicepresidente della Camera. I “dissidenti” hanno ben poco da guadagnare nell’abbandonare il Movimento, ma molto più di prima nel piantare grane, soprattutto i parlamentari di prima nomina, che matureranno il diritto alla pensione nel 2022 e quelli al secondo mandato che non hanno ottenuto incarichi particolarmente prestigiosi.

Il che non significa, ovviamente, che non ci saranno espulsioni o defezioni: è possibile che questo accada. Saranno solo molto più lunghe le trattative per limitare i danni d’immagine al partito.

La vera storia della scalata di Di Maio

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Nei giorni scorsi ho conversato con alcuni amici, per lo più militanti del Partito Democratico, che si interrogavano sulla carriera politica di Di Maio. La domanda più gettonata è: come ha fatto?

Come ha fatto a diventare ministro e vicepremier a 31 anni, a ribaltare il suo partito, a prenderlo in mano e condurlo oltre il 30%. Come fa a tenerlo insieme, così apparentemente compatto, al governo? Come ha messo a tacere, anzi portandoli dalla sua parte, i suoi avversari interni, perfino Beppe Grillo?

Domande lecite, opportune, che meritano una risposta.

Di Maio non ha imposto una visione politica, non ha convinto gli avversari interni, non ribaltato il partito. Di Maio non è un animale politico: ha solo capito, in questo sì è stato bravo, quali fossero le esigenze dei suoi compagni di viaggio e ha dato a ciascuno quel che voleva.

Nel 2013 il Movimento 5 Stelle conquista il 25% dei voti, elegge 160 parlamentari. Molti non si conoscono nemmeno tra loro, non c’è una vera strategia per affrontare il successo oltre le previsioni. Per alcune settimane il Movimento vive di rendita: la sconfitta di Bersani manda manda nel panico i democratici. Quando s’insediano le Camere nessuno sa come si sarebbero comportati i “grillini” così, per non sbagliare, gli si concede la vicepresidenza della Camera dei Deputati. Di Maio è scaltro: studia i regolamenti e si fa assegnare l’incarico dal suo partito, che per selezionare le cariche istituzionali, all’epoca, sottoponeva i candidati alla “graticola”, una sorta di interrogazione per saggiarne le qualità. Nella desolazione di cervelli che era il gruppo parlamentare all’epoca, il parlamentare campano spicca. Preparato e “istituzionale”, mastica politica fin da piccolo (il padre è un ex dirigente del Movimento Sociale). Viene eletto.

Dalla vicepresidenza della Camera Di Maio ha gioco facile: può avere un suo staff personale, può premiare e punire i suoi colleghi agevolando o bloccando proposte ed emendamenti. Comincia a costruire la propria influenza nel partito.

Nel frattempo, non si risparmia nemmeno sul territorio: spende, nella legislatura, centinaia di migliaia di euro in “eventi sul territorio”, finanziamento pubblico al (proprio personale) partito, per pagare incontri con gli attivisti.

Sempre attento, in equilibrio tra parole d’ordine e ruolo istituzionale, a non contraddire i capi: Grillo e Casaleggio.

Il quale Casaleggio, a ridosso delle elezioni europee del 2014, si ammala per la seconda volta e perde il polso sul partito. Inizia la scalata.

A Milano, il figlio comincia ad occuparsi sempre più spesso del partito, all’insaputa di tutti salvo i fedelissimi, in particolare Pietro Dettori.

A Roma, Casalino diventa capo della comunicazione sia alla Camera che al Senato.

Di Maio fa la sua mossa: manda avanti un collega (non si espone mai in prima persona) e fa proporre ai “garanti” la costituzione del Direttorio. Inizialmente, la proposta è respinta: in Supernova documentiamo un ferocissimo scambio via email tra i fondatori e lo sherpa del vicepresidente della Camera. Ma è solo questione di tempo: alla fine, il direttorio si fa. Ne fanno parte Di Maio, Di Battista, Fico, Sibilia e Ruocco. Due potenziali avversari, un’amica stretta di Grillo, il riferimento dei parlamentari complottisti (che all’epoca non sono pochi). In quell’organo, che diventa di fatto la segreteria del Partito, Di Maio consolida il suo potere e la sua influenza: gli altri parlamentari escono dai radar dei giornali, che si concentrano sui cinque.

Quell’esperienza dura due anni, fino al 2016, quando diventa chiaro che la leadership politica del partito è, ormai, di Di Maio.

Casaleggio muore ad aprile di quell’anno: era l’unico vero ostacolo alla corsa del fuoricorso di Pomigliano. Alla festa del partito nel 2015 a Imola, infatti, Casaleggio aveva urlato nel microfono con le poche forze che gli rimanevano: “non ci faremo imporre il candidato premier dalle televisioni”. Il riferimento era chiarissimo. E infatti, due giorni dopo il funerale del fondatore, Luigi Di Maio è in TV, in prima serata, al TG1: “il candidato lo sceglieremo in rete, se il Movimento vorrà io non mi tirerò indietro”. È fatta.

In quel momento è già tutto deciso: Di Maio e Davide Casaleggio, il figlio del defunto fondatore, hanno già stretto l’accordo. Davide continuerà a gestire i dati e i soldi delle donazioni, centinaia di migliaia di euro all’anno (oggi, alcuni milioni a legislatura), Luigi sarà il capo. Garante del patto: Rocco Casalino, che mantiene il controllo sulla comunicazione, premiando e punendo i parlamentari ossia scegliendo chi va in tv, chi rilascia interviste.

Casalino diventa depositario di tutti gli sfoghi, le confidenze, le lamentele dei parlamentari. Anche della fronda che non ci sta: pochi parlamentari che vorrebbero una vera sfida ai vertici per la candidatura a premier. Vogliono Roberto Fico.

La Rivolta monta, viene riportata dai giornali. Ma dura poco: Di Maio sa di avere dalla sua Casaleggio, Casalino, la maggioranza del gruppo parlamentare e un nuovo Statuto nel cassetto. Nel 2017 Luca Lanzalone scrive, infatti, le nuove regole: l’associazione Rousseau di Casaleggio diventa di fatto la tesoreria del Movimento, controlla le donazioni e i processi democratici del partito; il capo politico non è più Grillo, ma viene eletto dalla base.

La votazione si svolge, ma contro Di Maio non c’è nessuno dei parlamentari di peso: né Di Battista né Fico si candidano. Di Maio diventa candidato premier, garantendo i parlamentari in uscita: tutti avranno la loro fetta di torta.

Oggi, i parlamentari di seconda nomina hanno quasi tutti un incarico istituzionale: chi presidente di commissione, chi sottosegretario. Perfino Laura Castelli, che è stata nostra fonte per Supernova: viceministro. Roberto Fico è presidente della Camera. Davide Casaleggio conserva il suo ruolo, inamovibile, la sua influenza, l’amministrazione dei soldi.

 

La manina: cosa è successo davvero in quel Consiglio dei Ministri?

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di Marco Canestrari e Nicola Biondo

Cosa sta succedendo davvero intorno al decreto fiscale? Chi ha fatto davvero litigare i viceministri Di Maio e Salvini?

Ieri Giorgetti, sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio, rilascia un’intervista lasciando intendere che ci siano state “distrazioni” da parte dei 5 Stelle e che non conviene a Di Maio alzare i toni perché “scoprirà che la famosa “manina” è in casa loro”. Nel pomeriggio Laura Castelli, sottosegretaria M5s al tesoro, racconta a Repubblica: “tutti sappiamo cos’è successo in quella stanza” e aggiunge “non ci prendiamo in giro” senza però entrare nel dettaglio e ribadendo la contrarietà al condono.

Poco dopo, lo stesso Salvini durante una diretta Facebook assicura lealtà al governo, ma respinge con forza ogni accusa ricordando che durante quella riunione “Conte leggeva e Di Maio verbalizzava”.

L’impressione è che ormai tutti i protagonisti dell’incidente sul decreto fiscale abbiano capito com’è andata davvero ma, per imbarazzo reciproco, non lo possano ammettere pubblicamente.

Togliamo noi Di Maio, Salvini e Conte dall’imbarazzo e raccontiamo come sono andate le cose, così come abbiamo ricostruito anche grazie a fonti che nella stanze di quelle riunioni — il 15 ottobre — c’erano.

Lunedì 15 ottobre si riunisce il Consiglio dei Ministri che approva, tra le altre cose, il decreto fiscale. In preconsiglio e durante tutte le riunioni propedeutiche i testi vengono riletti, analizzati, limati articolo per articolo. Qualcuno — durante o dopo le riunioni — si accorge del problema sull’articolo nove, un passaggio molto tecnico, ma non dice nulla per molte ore. L’articolo passa: Conte legge, Di Maio scrive e verbalizza.

Il giorno dopo Di Maio si sta recando da Vespa per la registrazione di Porta a Porta e riceve una chiamata. L’interlocutore spiega che al Quirinale sta per arrivare un testo che contiene il condono, che Casalino è avvertito e che si può sfruttare mediaticamente questo fatto su Rai1. Chi parla è la stessa persona che aveva notato la norma, senza sollevare il problema nella sede opportuna. Viene concordato l’attacco: una manina, politica o tecnica, ha infilato il condono.

Di Maio in trasmissione da Vespa e, contemporaneamente, sulla sua pagina Facebook denuncia il “fatto gravissimo”. La Lega reagisce con compostezza: “Tutti eravamo d’accordo, l’abbiamo letto e riletto, nessuno ha sollevato obiezioni”.

Il caso monta, i toni si accendono. Proprio come accadde con il caso dell’impeachment a Mattarella, però, a sbraitare sono solo i Cinque Stelle mentre i Leghisti mantengono la calma.

Ieri, le interviste a Giorgetti e Castelli, che è noto non vadano molto d’accordo: la sottosegretaria è convinta che il leghista abbia una responsabilità nel fatto che non abbia ancora ricevuto deleghe da Tria.

Oggi ci sarà il Consiglio dei Ministri per risolvere la questione. Emergerà che non c’è stata alcuna manina: qualcuno nel Movimento ha dato un’informazione sbagliata a Di Maio, informazione che il vicepremier non ha verificato, fidandosi dell’interlocutore. Che però è la persona che avrebbe dovuto controllare i testi tecnici ed evitare proprio questo genere di problemi. Perché non l’ha fatto, cercando di capitalizzare l’informazione? E chi è?

La logica, e alcune fonti, portano proprio a Laura Castelli che ieri e oggi, nei corridoi dei palazzi romani, si diceva essere in grossa difficoltà. Qualcuno addirittura preconizzava una sua defenestrazione dal ministero del Tesoro: se c’è una cosa che Di Maio non sopporta, e non può permettersi, è rovinare il rapporto con Salvini che tutti sottolineano essere ottimo, personalmente.

“Ce l’avete messa voi lì, l’avete voluta voi. Se combina casini non è colpa nostra, dovete risolvere voi il problema. Io sono disposto a togliere qualcosa ma tu e io abbiamo un accordo e va rispettato”, avrebbe detto Matteo a Luigi in una telefonata dopo la puntata di Porta a Porta.

Il peggio deve ancora venire

Ho già spiegato perché, secondo me, non c’è il voto anticipato all’orizzonte, ma può essere utile tornare sull’argomento: l’illusione diffusa è che l’incapacità dei protagonisti del governo Salvini-Di Maio ne causerà presto il fallimento. Alle argomentazioni già esposte vorrei aggiungere altre considerazioni.

Poiché la politica è l’arte del possibile, non possiamo escludere che il governo cada domani. Ciò premesso, i governi non cadono quasi mai per una singola causa, come non stanno in piedi in funzione di un’unica circostanza; anche quando accade, le maggioranze possono pure variare ma senza che la legislatura termini anzitempo. Quando Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni si è velocemente insediato il governo Gentiloni (peraltro quasi identico al precedente) e il Parlamento si è trascinato fino alla sua scadenza naturale. Negli ultimi vent’anni è accaduto una sola volta che le camere fossero sciolte anticipatamente, nel 2008 alla caduta del governo Prodi. Allora, la maggioranza nata precaria saltò sì per un episodio — il ritiro della fiducia per motivi giudiziario-personali dell’allora ministro Mastella — ma dopo che l’opposizione di Berlusconi aveva fin da subito lavorato ai fianchi i pochi senatori indecisi, convinti (anche con metodi — diciamo — poco ortodossi) a far sfumare la legislatura. A parte questo, bisogna tornare a ventidue anni fa per trovare un altro voto anticipato, con la caduta del primo governo Berlusconi. È, dunque, un evento statisticamente raro.

Oggi non ci sono maggioranze parlamentari diverse da quella che regge il governo Conte. Anzi, ci sono alcune “riserve”: Fratelli d’Italia sta conducendo un’opposizione gentile, quasi affettuosa. Forza Italia, seppur all’opposizione, mantiene strettissimi rapporti con la Lega di Salvini, bravissimo — da politico navigato qual è — ad amministrare il proprio consenso popolare, il ruolo al governo e quello di guida dell’area di centrodestra, conducendo trattative nazionali, locali, europee e internazionali in maniera strutturata e — a modo suo — coerente. Indicativa la frase di Giorgetti pronunciata alla festa del Fatto Quotidiano: “Salvini sa quando fermarsi”. La domanda riguardava il pericolo di “stancare” l’elettorato a furia di continue provocazioni, ma la risposta sicura del sottosegretario delinea il profilo tutt’altro che ingenuo e inconsapevole del capo de-facto del governo.

I governi, dicevo, si reggono (e quindi cadono) su molteplici fattori. Come al gioco del tiro alla fune i tanti giocatori contribuiscono alla propria causa, così ci sono circostanze che tendono a prolungare l’esperienza di governo e altre che spingono a farla terminare. Le prime, al momento, sono molto più numerose e solide delle seconde.

Per riassumere quanto già scritto in precedenza, il 60% dei parlamentari è di prima nomina e aspetta il mese di settembre 2022, quando maturerà il diritto al trattamento pensionistico. Prima di quella data, la loro priorità sarà quella di evitare il voto. Il restante 40%, in buona parte, ha investito molti soldi nella campagna elettorale e ha la necessità di conservare il generoso stipendio per rientrare dei costi sostenuti.

Chi, nella maggioranza, ha ottenuto ruoli di governo — soprattutto nel Movimento 5 Stelle — sa bene che le condizioni che l’hanno portato in quell’ufficio sono diversamente ripetibili. Troppe cose sono andate bene: il risultato elettorale, la concomitante debolezza di Partito Democratico e Forza Italia, che hanno evitato ogni possibile alternativa e permesso a Salvini di formare un governo senza il proprio alleato, il consenso nel Paese, l’incapacità generalizzata di analisi della stampa. Pochi, tra quelli al governo, rinunceranno a posizioni così vantaggiose, anche politicamente.

Peraltro, tra i partiti rappresentati in Parlamento non c’è nessuno, soprattutto all’opposizione, che abbia interesse ad andare al voto. Forza Italia teme il consenso del proprio alleato Salvini; il Partito Democratico non ha ancora risolto la propria crisi interna. Salvini e il MoVimento sono al governo e, di base, non hanno interesse a spendere altro tempo e soldi per una nuova campagna elettorale che sarebbe dominata dalla retorica del fallimento del governo Conte.

La classe dirigente del Movimento, soprattutto, prima di far fallire questa esperienza cederà a qualsiasi richiesta della Lega. Sono loro, infatti, che hanno più da perdere da una fine anzitempo della legislatura, per via della nota regola dei due mandati e, soprattutto, perché Di Maio non è nelle condizioni, anche violando la norma, di poter garantire posti a nessuno nella prossima legislatura.

Ci sono, poi, importanti scadenze elettorali. Il prossimo anno le elezioni europee, i due successivi importanti elezioni amministrative e, soprattutto, all’orizzonte, nel febbraio del 2022, la partita per il Quirinale, vera occasione della vita per Salvini e Di Maio, ma anche per Berlusconi che mai, in 25 anni, si è trovato con una maggioranza non ostile in Parlamento nell’anno dell’elezione del Presidente della Repubblica. Giova ricordare ancora la scadenza del settembre 2022, obiettivo di quasi 600 parlamentari che matureranno quel mese il diritto alla pensione.

Infine, c’è un fattore ancor più determinante di quelli già descritti: le Camere le può sciogliere solo il Presidente Mattarella, il quale si è già dimostrato capace di esercitare senza timore il suo ruolo che gli impone di cercare ogni possibile maggioranza in Parlamento prima di indire il voto anticipato. Alla fine, sarà il Capo dello Stato a stabilire se ci sia o meno la necessità di terminare la legislatura.

I prossimi anni, dunque, la maggioranza si muoverà come l’Uomo Ragno: mirando alla scadenza successiva per spingersi alla fine della legislatura, nei primi mesi del 2023.

La prima tra queste scadenze è la loro prima manovra economica. Costruire una legge finanziaria è, di per sé, un processo complesso che coinvolge, pure questo, innumerevoli soggetti ed è influenzato da centinaia di fattori. L’esito di questo processo, quest’anno, ci darà molte indicazioni sulle capacità negoziali del Presidente Conte e dei due vicepresidenti Salvini e Di Maio e, in generale, sulla capacità di sopportare le tensioni interne ed esterne. Se la maggioranza dovesse approvare la manovra con successo e soddisfazione di tutti, avranno trovato un metodo di lavoro che potrà essere replicato i prossimi anni. Diversamente, è possibile anche la crisi di governo o di legislatura.

Attenzione però: anche nel caso estremo — sebbene remoto — di voto anticipato la situazione non cambierebbe molto. Nonostante tutto, manca nel Paese un’alternativa credibile a questa maggioranza. Non c’è nessuno, al momento, in grado di contrastare la propaganda, il consenso e la capacità di raccogliere voti di Lega e Movimento 5 Stelle. Ci troveremmo con un parlamento molto simile, forse ancor più dominato dai due contraenti l’attuale contratto di Governo che, comunque, eleggeranno il nuovo capo dello Stato.

Non illudiamoci: i prossimi anni assisteremo a un gioco delle parti interno alla maggioranza, soprattutto in occasione delle manovre finanziarie, utili solo a tenere alto il morale dei rispettivi elettorati, ben felici di governare insieme e quindi irritabili alla possibilità di un fallimento dell’esperienza di Conte. Non solo tra Lega e Movimento ma anche, e soprattutto, in seno al Movimento.

Non facciamoci nemmeno infinocchiare dalle false “tensioni interne” o dai nuovi presunti leader concorrenti di Di Maio. Il Movimento è stato molto criticato in passato, giustamente, perché appariva monolitico e dirigista. Lo è ancora, ma hanno capito che il 33% dei voti impone, almeno, una riverniciata all’immagine. Fingere un improbabile dibattito interno è funzionale ad accontentare la vasta gamma di elettori che sono riusciti a convincere lo scorso marzo, che necessariamente coprono un’ampia gamma di diverse sfumature rispetto alle sensibilità sui temi, toni, modalità di gestione del consenso, obiettivi. Tutti però, da Roberto Fico a Di Battista, sanno che la squadra funziona solo se, ciascuno nel proprio ruolo, tutti lavorano per vincere il gran premio perché solo così al traguardo ci saranno bonus per tutti. Tutti, in questo momento, stanno benissimo ciascuno nel proprio ruolo: Di Maio al governo, Fico alla Presidenza della Camera, Di Battista in giro per il mondo a cazzeggiare.

La propaganda, nei prossimi anni, avrà lo scopo di sostenere il governo, cercando di sottolineare le peculiarità del Movimento rispetto agli alleati, con qualche normale picco di polemica in occasione delle leggi di bilancio e delle scadenze elettorali. Gli attori avranno un ruolo assegnato per mantenere alta la tensione e soddisfare le porzioni di elettorato che fanno riferimento a questa o quella sensibilità.

L’appuntamento per il prossimo tagliando, superata la legge finanziaria, sarà la formazione dei gruppi al Parlamento Europeo.

Quanto durerà la bromance gialloverde?

Ho lanciato un sondaggione su Twitter per capire il clima nella mia filter-bubble sulla durata del governo. Il risultato non mi ha stupito affatto: oltre la metà pensa che il governo cadrà dopo le europee: verosimilmente rappresenta niente più della speranza di chi ha risposto. Speranza condivisibile, ma temo illusoria.

Non so quanto durerà Conte, ma gli interessi dei partiti di governo e dei rispettivi gerarchi sono più numerosi e profondi di quello che sembrano. Non lasciatevi ingannare dalle pavide uscite del presidente della Camera Roberto Fico: dei protagonisti della sua tentata rivolta non c’è più traccia. La più esposta, Laura Castelli, fonte primaria del nostro libro Supernova, ha cercato — senza successo — di ottenere un ministero, ma il passaggio nelle truppe del ragazzino di Pomigliano le ha comunque fruttato un sottosegretariato. Altri, penso a Dario Tamburrano che non credo sia felice nel vedere 177 persone sequestrate su una nostra nave militare, non dicono una sola parola su quanto sta avvenendo. Le europee sono vicine.

Ci sono fattori storici, politici, economici e umani che rendono improbabile una prematura rescissione del contratto di governo. Vediamo quali.

I fattori storici

In questo Parlamento e nel Paese non c’è una maggioranza diversa da quella attuale. La destra alleata della Lega negli enti locali è ormai quasi inesistente a livello nazionale; a sinistra c’è aria di smobilitazione. Se per ipotesi cadesse il governo non ci sarebbe verosimilmente altro da fare che andare al voto, con risultati non dissimili a quelli di marzo.

I fattori politici

Ma lo stesso voto anticipato è un’eventualità assai remota. Questa legislatura è caratterizzata dal record storico di parlamentari di prima nomina, molti dei quali veri e propri miracolati che, inseriti come riempilista, non si aspettavano di passare in una notte da un reddito spesso inesistente a 150.000€ all’anno.

Allo stesso modo, molti membri del governo capiscono che una congiunzione astrale come quella di quest’anno difficilmente si ripeterà. La Lega è riuscita a smarcarsi da Berlusconi senza perdere le regioni; il M5S ha ottenuto un risultato ben oltre le attese che gli ha permesso, tra l’altro, di sedare i malumori interni distribuendo cariche nelle commissioni e perfino alla Presidenza della Camera; premiando, contemporaneamente, tutti i membri del clan che ha scalato il Partito. Difficile il bis.

Se, sempre per ipotesi, si tornasse al voto i rapporti di forza con la Lega sarebbero probabilmente invertiti: prima di rischiare questo, Di Maio concederà a Salvini pure le mutande.

I ruoli che si sono distribuiti nell’alleanza consentono sia alla Lega che al MoVimento 5 Stelle di perseverare nelle rispettive propagande, che non sono affatto incompatibili: v’è accordo su tutto, ma Salvini va forte sulle orme di Telesio Interlandi mentre Di Maio è un utile soggetto di ricerca per la dimostrazione dell’effetto Dunning-Kruger. Quando gli ricapita?

I fattori economici

Abbiamo già accennato al fatto che un buon 60% di parlamentari sta incassando il biglietto vincente della lotteria. C’è un’altra persona con un biglietto da 10 milioni di euro da riscuotere a rate: Davide Casaleggio. Tramite la sua Associazione Rousseau intasca ogni mese 300 euro da ciascun parlamentare, più altre somme variabili a seconda della carica dagli altri eletti del MoVimento 5 Stelle. Inoltre, due dei suoi tre soci, Bugani e Dettori, hanno un comodo stipendio pubblico, il che gli consente forse di risparmiare qualcosa in casa Rousseau oltre ad avere accesso ai profittevoli salotti romani (remember Lanzalone?). Come sia possibile tutto questo l’abbiamo spiegato in passato e ci torneremo anche in futuro, ma è chiaro che Junior spenderà tutta la sua — molta — influenza per mantenere questi privilegi.

I fattori umani

Infine, non dobbiamo dimenticare che tutti i protagonisti di questa vicenda hanno davvero l’occasione irripetibile della vita. Salvini e Di Maio non hanno lavorato un giorno in vita loro; Roberto Fico si arrabattava per campare; Di Battista sta viaggiando il mondo coi soldi nostri e quelli di Berlusconi, facendosi pure pagare dal Fatto Quotidiano (che è, oggettivamente, un capolavoro commerciale degno della Chicago degli anni Venti).

Non si può, francamente, pretendere che queste persone mollino tutto solo perché sono degli incapaci che stanno mandano il paese alla rovina. Sarebbe davvero chiedere loro troppo.