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Il 17 settembre 2019 il Corriere della Sera pubblica una lettera di Davide Casaleggio dal titolo “I paradossi della democrazia”.

Non è un’intervista, non è accompagnata da riflessioni di intellettuali, giuristi o giornalisti. Casaleggio scrive, il Corriere pubblica. È importante replicare, raccogliere la sfida di Casaleggio perché, credetemi, è semplice vincerla. Davide Casaleggio non è interessato alla politica o alla democrazia. È un pensatore intellettualmente timido, che infatti rifiuta e teme il confronto. Gli vanno però riconosciute due qualità: capacità di adattamento e pazienza. Pubblicare una lettera simile sul Corriere serve a ribadire il suo ruolo apicale nel Movimento e a guidare un dibattito che, in realtà, nemmeno esiste. Casaleggio vuole creare uno spazio tutto suo per poter essere, al suo interno, il dominus.

Vi segnalo alcuni commenti prima di aggiungere il mio, che sarà lungo: per ogni “paradosso” – Casaleggio ne ha elencati sette – farò un post e un video. Li trovate su Next Quotidiano, sul Foglio, sull’Huffington Post e su U&B.

La cittadinanza digitale

Davide, dicevo, vuole creare uno spazio di discussione per dominarlo. È quello di un tema sostanzialmente inesistente che dichiara nell’incipit: l’era della cittadinanza digitale ci farebbe precipitare in un dilemma, cioè se sia opportuno utilizzare la tecnologia per soppiantare i processi democratici che abbiamo costruito in centinaia di anni di evoluzione sociale.

In realtà il dilemma è già stato risolto, almeno in buona parte del mondo: stiamo già usando la tecnologia per migliorare i servizi di cittadinanza. L’Italia certamente ha molto da fare ancora, ma in molti paesi il rapporto dei cittadini con lo Stato e i suoi servizi è quasi completamente digitale. Io vivo nel Regno unito e non ho mai dovuto mettere piede in un ufficio pubblico, eccezion fatta per la richiesta dell’equivalente del codice fiscale, per cui è prevista la presenza fisica al Job Center.

L’uso della tecnologia semplifica e razionalizza i processi e i servizi, ma l’anagrafe è sempre l’anagrafe, una denuncia rimane tale anche quando si fa per via telematica, prendere appuntamento sul sito del comune o al telefono non cambia la sostanza dell’esigenza.

Il perimetro della rappresentanza

Casaleggio vuole andare oltre: cambiare dalle fondamenta la struttura della nostra democrazia, del concetto di rappresentanza e di responsabilità. In ogni settore, dai consigli di amministrazione ai parlamenti. Dice: “Il rappresentato dovrebbe decidere sempre, salvo quando lo può fare solo il suo rappresentante”.

Perché Casaleggio pone questo problema? Perché possiede un ente commerciale, l’Associazione Rousseau, che opera in questo settore: la digitalizzazione dei processi decisionali. Non è un soggetto economicamente neutrale, ha l’interesse a promuovere la necessità di digitalizzare i processi decisionali, il voto per esempio, per il proprio tornaconto economico.

Ciò detto, cosa significa “quando lo può fare solo il suo rappresentante”? Chi decide, qual è il discrimine? Tutti possono votare su tutto, sempre?

La tesi di Casaleggio è che la rappresentanza sia stat necessaria perché risolveva il problema dell’efficienza decisionale “non all’incompetenza nel saper decidere cosa è meglio”. È falso. La teoria dei giochi, il dilemma del prigioniero, la teoria economica ci spiegano che una decisione ottima può essere presa solo quando il decisore può accedere alla totalità delle informazioni. Casaleggio, peraltro, dovrebbe saperlo essendo un bravo scacchista e avendo studiato economia.

La necessità della rappresentanza

Abbiamo bisogno di rappresentanti perché servono persone che impieghino il proprio tempo a studiare i problemi, sempre più complessi, nel modo più approfondito possibile. Per trovare soluzioni, prendere decisioni nell’interesse dei rappresentati, assumendosene la responsabilità. La democrazia parlamentare – quella che Casaleggio vuole superare – permette di dare voce a tutte le istanze della società e a tutte le diverse opinioni su come risolvere i problemi. Le democrazie più avanzate tutelano le minoranze: un’idea, una soluzione condivisa da una minoranza può essere migliore di una, opposta o complementare, sostenuta da una maggioranza.

Il modello che propone Casaleggio prevede che le decisioni siano prese da tutti, a maggioranza. Ma nessuno può capire, conoscere, analizzare i problemi al meglio. Sarà politicamente scorretto da dire, ma la maggior parte delle persone non ha gli strumenti culturali per capire i problemi, immaginare soluzioni, prendere decisioni. Spesso nemmeno per se stessi, figuriamoci per la collettività.

Come scrive il Prof. Carlo Alberto Carnevale Maffè su Il Foglio nel suo articolo “Rousseau e peggio di Cambridge Analytica“: “La lunghezza della domanda ha impatto sulla capacità di comprensione del quesito. Molte ricerche empiriche evidenziano che le domande con più di 16 parole hanno difficoltà a essere pienamente comprese. La forma grammaticale, la semplicità e la specificità del quesito hanno effetti sulla capacità di comprensione di chi è chiamato a votare. La stessa scelta delle modalità di risposta è potenzialmente distorsiva”.

Certo, la rappresentanza presenta numerosi difetti, non ultimo il fatto che selezionare buoni rappresentanti non è affatto semplice. Ma la semplice delega, in luogo della rappresentanza, è un sistema peggiore.

La democrazia diretta che immagina Casaleggio prevede che le decisioni siano prese da persone impreparate, e che nessuno si assuma mai la responsabilità di nulla e che le idee minoritarie siano a priori scartate. A chi giova? Ora lo vediamo.

La democrazia diretta è un pacco

Com’è noto, Casaleggio sostiene la causa della democrazia senza intermediazioni. Negli anni questo si è tradotto, nella pratica del Movimento 5 Stelle, con il tentativo di delegittimare tutte le rappresentanze, dai sindacati ai partiti, come pure i soggetti controllori, dal giornalismo fino, ultimo caso, al Garante della Privacy Antonello Soro.

La verità, nella pratica, è che la disintermediazione non esiste. È una balla o, come si dice oggi, una fake news.

Si parla di disintermediazione anche in campo commerciale: i grandi negozi online, per esempio, avrebbero disintermediato gli acquisti eliminando il passaggio intermedio del negozio fisico. In realtà, grosse realtà come Amazon non hanno eliminato l’intermediazione ma l’hanno accentrata sui propri sistemi digitali.

Esattamente come accade con la piattaforma Rousseau di Casaleggio. Il rapporto tra eletto ed elettore non è disintermediato: il mediatore unico è Rousseau che gestisce la selezione dei candidati, la comunicazione (tramite il Blog delle Stelle), la formazione politica, come di recente hanno iniziato a fare. Tutto è accentrato nelle mani di Casaleggio che, peraltro, si è autoproclamato intermediario unico senza la ratifica della comunità di Rousseau.

Non scelte, ma ratifiche

Il Prof. Paolo Gerbaudo, nel suo libro “Il Partito Digitale”, sottolinea come nella sostanziale totalità dei casi, non solo per quanto riguarda la piattaforma Rousseau, i voti non producono scelte. Servono a confermare decisioni prese dai dirigenti. Succede nel Movimento, ma pure in Podemos, ad esempio. Quella che Gerbaudo definisce la “superbase” conferma la decisione del “superleader”, che accresce e consolida il proprio potere tramite un processo che, contemporaneamente, lo deresponsabilizza. Il superleader è infallibile perché ha il compito di eseguire la volontà della base. Ma, si è dimostrato, la base approva sempre l’operato del superleader. Un circolo vizioso in cui gli strumenti digitali tendono a far emergere non già i dirigenti che sanno prendere le decisioni migliori ma quelli che sanno meglio sfruttare il processo.

Nel caso di Rousseau, il superleader è quello che meglio interpreta anche l’esigenza dell’intermediario unico, un imprenditore con interessi economici e commerciali anche nel settore della democrazia digitale.

Nel prossimo articolo affronteremo il secondo “paradosso”, quello che Casaleggio chiama “Luddista con lo smartphone”.

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2 thoughts on “Casaleggio sul Corriere. Parte 1 di 7: la rappresentanza”

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