La democrazia diretta è un pacco

È facile disintermediare la gestione del consenso. Non quella del dissenso.

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Sta succedendo qualcosa che Di Maio e compagni si aspettavano, ma probabilmente non così in fretta e non così violentemente: cominciano ad avere difficoltà a presentarsi sui territori cui hanno promesso di cambiare tutto, senza poi cambiare niente.

Ormai è uno schema: a Taranto, avevano promesso di riconvertire l’ILVA e invece hanno confermato sostanzialmente gli accordi dei precedenti esecutivi; in Salento il governo Conte ha stabilito che non ha intenzione di fermare il gasdotto TAP per evitare la certezza di sanzioni e, ieri, i comitati hanno bruciato – gesto inquietante e irricevibile – una bandiera del Movimento 5 Stelle; a Roma l’esasperazione ha portato in piazza del Campidoglio migliaia di persone, senza bandiere di partito.

Proprio a Roma il Movimento ha cominciato a perdere la testa: il sindaco Raggi ha risposto alle proteste con un post molto arrogante sostenendo che fosse una manifestazione del Partito Democratico mascherata.

A seguire, il presidente del Consiglio Conte ha dichiarato, con riferimento al TAP, che “chi nega il rischio di sanzioni non sa le cose“.

Oggi, Luigi Di Maio arriva a minacciare i compagni, o meglio i sottoposti, di partito per i “cedimenti” nella fede che inizia a vedere.

Presto si dovrà prendere una decisione anche sul TAV in Val di Susa da dove già settimane fa erano arrivati segnali d’insofferenza.

Da questi episodi, a cui se ne aggiungeranno certamente decine di altri, possiamo capire un fatto che mina la stessa ragione sociale del Movimento: la disintermediazione. La retorica della democrazia diretta e partecipata grazie alla quale il M5s ha raccolto il 32% dei voti alle scorse elezioni promuove il rifiuto dell’analisi di situazioni complesse: si richiede il voto promettendo di eseguire ordini, non di prendere decisioni.

La differenza è fondamentale. Dimostrare di essere in grado di trovare il miglior compromesso per governare problemi complicati dominati da centinaia di variabili, e su questa base chiedere il voto, è un lavoro lungo e difficile. Ottenere consenso promettendo la propria sottomissione al volere dell’elettore è più facile, per evidenti motivi. Però, più si allarga il bacino elettorale più la menzogna diventa indispensabile: più elettori prometti di accontentare, meno diventa probabile riuscire a farlo per via delle contraddizioni che, inevitabilmente, sorgono.

A Taranto, non si possono promettere ad un tempo posti di lavoro e chiusura dell’ILVA, per dirne una.

Il Movimento 5 Stelle ha sempre raccolto consensi promettendo di accontentare comitati locali e urlatori assortiti invece di porsi come interlocutore credibile per trovare un compromesso accettabile, ma se guardiamo la storia degli ultimi dieci anni di “battaglie” del Blog di Grillo e del M5s questa strategia non ha portato a nulla. Niente stop alla base militare di Aviano. Niente stop al MUOS in Sicilia. Niente stop al quartiere Milano City Life. Niente stop al passante di Mestre. Niente risanamento del Comune di Roma. Niente. Niente. Niente.

L’unica cosa che, dopo dieci anni, è possibile affermare con certezza sulla base dei risultati concreti è che la democrazia diretta di Casaleggio è un pacco.

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