Il mondo va meglio. Male, ma meglio

Ascolta l’articolo e iscriviti al Podcast: Spreaker | Apple Podcast | Spotify

Ho accennato ieri, parlando del discorso di Dario Corallo all’assemblea PD, al fatto che è sbagliato dire che il mondo vada “peggio“. Un lettore mi ha contestato quest’affermazione. Non mi riesce difficile capire come mai, ma purtroppo è la pura e semplice verità: il mondo va meglio. Male, ma meglio.

Male, nel senso che la povertà non è stata sconfitta, ancora. Meglio, perché ci sono sempre meno poveri, sia in percentuale che in valore assoluto.

Male, nel senso che l’aspettativa di vita non è alta ovunque. Meglio, perché è ovunque più alta di alcuni decenni fa.

Questo paradigma vale per decine e decine di parametri.

Non è un concetto immediato, lo capisco, ma è così: le cose possono andare sia “male” in termini assoluti che meglio, cioè essere migliori rispetto a un periodo d’analisi precedente.

È spiegato molto bene in un libro che ho letto la scorsa estate: Factfullness. Vengono analizzati alcuni dati, alcuni trend e smontate alcune credenze consolidate sullo stato del mondo e su svariate tematiche. Lo consiglio vivamente perché lo ritengo illuminante. L’autore, Hans Rosling che purtroppo è mancato pochi anni fa, è anche relatore di alcuni meravigliosi TED talks, che trovate a questo indirizzo. C’è anche un sito, gapminder.org, che fornisce strumenti per “vedere” come si è evoluto il mondo negli ultimi duecento anni.

Nel volume, Rosling spiega pure come nella sua esperienza di conferenziere abbia potuto incontrare numerosissimi uomini e donne titolari di grandi responsabilità politiche ed economiche. La tragedia è che anche la maggior parte di loro ha una visione del mondo completamente sbagliata, basata su fatti veri magari cinquanta o settant’anni fa.

Credo che qualsiasi proposta politica non possa che partire dai dati reali, veri, certificati. Anche Dario Corallo, purtroppo, ha dimostrato di non conoscerli.

Corallo vs. Burioni: la strada del PD verso il disastro

Ascolta l’articolo e iscriviti al Podcast: Spreaker | Apple Podcast | Spotify

Sabato, all’assemblea del PD, il candidato alla Segreteria Dario Corallo ha espresso la sua opinione sul virologo Roberto Burioni definendolo, senza troppi giri di parole, un bullo.

Questo è il messaggio passato nei mass media, ma c’è un passaggio che ritengo più grave e pericoloso. Quello subito successivo in cui Corallo dice che sono state “elevate a scienza assoluta quelle che sono scelte politiche“. Non m’interessa affrontare il tema dello stile di Burioni, ma se quel passaggio è riferito al modo in cui è stato affrontato il tema dei vaccini e della divulgazione scientifica, e se Corallo rappresenta la freschezza del nuovo che avanza, le opposizioni hanno – ancora – un problema.

Lo dico perché per me si tratta di un film già visto.

Era l’aprile del 2016 quando, in un’intervista a La Stampa, spiegavo come il metodo del Movimento 5 Stelle, che pure avevo contribuito a formare, allontana le competenze e attira i cialtroni. Abbiamo visto com’è andata a finire.

Il discorso di Corallo, che prosegue dileggiando la scienza economica e parlando di mercati come “persone che cercano di arricchirsi, punto.” Ecco, amici del Partito Democratico, questa è la strada più breve verso il disastro. La conosco, l’ho vista imboccare ai miei vecchi compagni d’avventura; l’avevo imboccata io stesso. È la strada che inizia con il porre la politica al di sopra dei dati, della scienza e dello studio. La strada che semplifica concetti complessi come “i mercati”. La strada che porta a fondare le proprie iniziative sui cliché.

Il mondo, magari, va male. Ma va anche meglio di prima: i due fatti non sono esclusivi, lo confermano i dati.

Ma se anche fosse vero, e così non è, che viviamo in un mondo peggiore, più ingiusto, più iniquo, pensare di risolvere i problemi contro chi governa determinati processi e non assieme è, a mio modesto parere, folle.

Se è falso che il mondo di oggi sia peggiore di quello di ieri, è invece vero che il potere si è in parte spostato altrove e non risiede più solo, di fatto, nelle istituzioni democratiche. Occorre trovare soluzioni ai problemi insieme ai nuovi poteri: farlo contro significa nel migliore dei casi fallire, nel peggiore contribuire a sbriciolare il poco di credibilità che le comunità politiche, di qualsiasi natura, ancora conservano.