In memoria di Gianroberto Casaleggio

Al mio capo, con riconoscente affetto. Già si sprecano le lusinghe postume: io, invece, ne ricordo i difetti che ne facevano un ottimo capo, in azienda, ma un pessimo uomo politico. “Ho capito che vuoi dimostrarti in gamba. Lo sei. Però impara a condividere le decisioni difficili, così puoi condividerne anche le responsabilità se qualcosa […]


Al mio capo, con riconoscente affetto.

Già si sprecano le lusinghe postume: io, invece, ne ricordo i difetti che ne facevano un ottimo capo, in azienda, ma un pessimo uomo politico.

“Ho capito che vuoi dimostrarti in gamba. Lo sei. Però impara a condividere le decisioni difficili, così puoi condividerne anche le responsabilità se qualcosa va storto”.

Questo mi disse Gianroberto Casaleggio dopo un errore, un errore grave commesso sul lavoro. Lui condivideva anche responsabilità non sue: se in ufficio gli conferiva autorevolezza, in politica l’ha reso un bersaglio facile. E lo schermo di nefandezze commesse alle sue spalle che devono essere ancora raccontate.

Risoluto fino al limite dell’arroganza, perbene oltre il limite dell’ingenuità. Qualità perfette per diventare carne da macello, nella melassa del Palazzo.

Non aveva capito che la politica è fatta soprattutto di persone con ambizioni, debolezze e meschinità; è l’unica cosa che non gli perdono: l’ha reso vittima dei suoi stessi limiti e non se lo meritava.


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