Ridisegnare gli Stati per sopravvivere al progresso


Risulta ogni giorno più evidente che, in Italia e nel mondo, le nostre strutture democratiche sono sottoposte a uno stress test di portata storica che non è detto verrà superato.

Gli Stati occidentali moderni sono stati progettati dopo la Seconda Guerra Mondiale: all’epoca i poteri erano retti da equilibri tutto sommato semplici da organizzare, basandosi sul principio della separazione dei poteri. Anche il contropotere proprio delle società democratiche, l’informazione, ha assolto alla funzione di accompagnare e filtrare le carriere dei “potenti”, fossero essi politici, amministratori, vertici aziendali.

Anche quando i filtri non funzionavano, c’erano comunque gli anticorpi: Nixon fu costretto alle dimissioni grazie a un’inchiesta giornalistica, quando la professione di giornalista godeva della necessaria considerazione, nel
pubblico, e della necessaria credibilità.

L’esercizio del potere subiva una serie di controlli e bilanciamenti tali da determinare un consenso pubblico rispetto al funzionamento del sistema. Un delicato equilibrio scolpito nelle nostre Costituzioni.

Quell’equilibrio non esiste più.

In vent’anni il DNA delle nostre società è mutato, nel bisogno di essere rappresentati e nel bisogno di comunicare. L’innovazione tecnologica ha messo nelle tasche di ciascuno di noi la possibilità concreta di comunicare senza filtri e senza contropoteri.

Oggi si manifestano le conseguenze di questo fatto. Ai vertici delle istituzioni arrivano personalità senza alcuna preparazione tecnica o politica, avendo facoltà di mentire e cambiare posizione a distanza di poche ore su qualsiasi argomento. Non tanto perché il giornalismo non fa più il suo mestiere ma perché, anche per colpe proprie nel capire come stava cambiando il mercato editoriale, è diventato un contropotere inefficace. I leader politici, per scalare le istituzioni, non hanno più bisogno dell’intermediazione del giornalismo: il rapporto con la base elettorale è diretto, immediato inteso come senza mediazione. Possono mentire senza perdere consenso, perché chi lo farà notare — il giornalista — non sarà più interlocutore di quella base elettorale, che prima — appunto — mediava il rapporto, e quindi non sarà ascoltato.

Il caso italiano è esemplare: i leader possono forzare gli equilibri costituzionali con successo, perché nessun contropotere ha più la forza di contrastarne le argomentazioni.

Ieri, il Capo dello Stato Mattarella ha esercitato una sua prerogativa costituzionale rifiutandosi di nominare il Ministro dell’economia proposto dal Presidente del Consiglio incaricato. Ci sono decine di commentatori, costituzionalisti, giornalisti, uomini delle istituzioni che confermano il diritto del Presidente di farlo, ma il messaggio che è passato è l’opposto: per l’opinione pubblica Mattarella ha violato la Costituzione.

Da quando le forze “antisistema” hanno infiltrato le istituzioni, abbiamo avuto una crisi ad ogni singolo passaggio previsto dalla Costituzione. E quasi ogni volta la crisi si è superata con una forzatura della Carta: la rielezione di Napolitano, l’elezione di Mattarella a maggioranza semplice (non una forzatura, ma resta comunque un presidente eletto grazie al consenso personale dell’allora segretario del partito di maggioranza relativa), l’attuale crisi di governo, il cui dibattito si basa sull’interpretazione di una prerogativa costituzionale del Presidente della Repubblica.

Da questa situazione se ne uscirà solo con nuovi assetti democratici che tengano conto della mutata distribuzione del potere. Bisogna ridisegnare le istituzioni e i processi democratici, reinventare gli strumenti di partecipazione, aggiornare gli strumenti in mano a ciascun singolo potere e contropotere affinché possano svolgere il loro compito. Questo è un processo inevitabile, e bisogna augurarsi che sarà un processo pacifico e ordinato.

Per tentare di avviarlo nell’alveo delle regole che ancora tengono, se io fossi Mattarella prenderei atto che la natura monocratica della sua funzione non è sufficiente a reggere il peso della sua decisione — dato il contesto — , e chiederei un parere di interpretazione autentica alla Corte Costituzionale, mettendo sul tavolo le dimissioni. In questo modo al peso della Presidenza si aggiungerebbe quello della Corte nel sostenere le fondamenta delle istituzioni.

Per aggiornare l’infrastruttura democratica in un passaggio storico così complesso servono istituzioni solide la cui autorevolezza sia condivisa. Il rischio, altrimenti, è che si disegnino i nuovi assetti sul principio della legge del più forte.

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