Grillo e Casaleggio ai ferri corti

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La fine del secondo governo di Giuseppe Conte con la conseguente formazione del governo di Mario Draghi sta causando non pochi subbugli nei partiti.

Più o meno tutti accusano disagi: chi per via delle giravolte (Lega, M5s), chi per essere stato costretto a governare con Salvini (PD, LEU), ognuno ha i suoi guai.

Quelli del Movimento 5 Stelle sono, però, estremamente interessanti perché stanno costringendo alcuni nodi a venire al pettine ma, soprattutto, alcune norme ad essere interpretate in senso diametralmente opposto a quello per cui erano state introdotte.

Facciamo anzitutto un riassunto della settimana.

Martedì e mercoledì si sono svolte le votazioni finali per la modifica dello Statuto del Movimento. La conseguenza più significativa è il ritorno al direttorio: inizialmente imposto a Gianroberto Casaleggio nel 2014 da un gruppetto di parlamentari romani che volevano spostare il baricentro del potere da Milano a Roma, fu accantonato con l’elezione, tre anni dopo, di Luigi Di Maio a capo politico.

Lo scorso anno, con l’evidente motivo di fermare la corsa di Alessandro Di Battista alla guida del partito insieme a Davide Casaleggio, con cui aveva stretto un “patto” contro i governisti romani, era stato proposto di tornare all’organo collegiale.

Nonostante i tentativi e le ingerenze dell’Erede – che aveva detto: “l’organo collegiale c’è già, è il team del futuro” – gli attivisti hanno confermato l’abolizione della figura del capo politico.

Mercoledì e giovedì, al Senato e alla Camera, si è votata la fiducia al governo Draghi. Una quarantina di parlamentari hanno votato contro. A norma di regolamento, Vito Crimi ha proposto la loro espulsione al comitato di garanzia, espulsione che dovrà essere poi ratificata dagli iscritti su Rousseau.

Tutto normale? Non proprio.

L’indicazione di votare la fiducia era stata data sempre dagl’iscritti a Rousseau la settimana precedente, dopo che Beppe Grillo era tornato prepotentemente a dare indicazioni sulla linea proprio in tal senso. Meno incisivo, ma molto chiaro, era stato Casaleggio che auspicava la scelta opposta e pubblicava, come sempre, sul Blog delle Stelle articoli a tema del padre.

L’ingorgo di votazioni (Statuto, linea politica, fiducia al governo) ha catapultato il Movimento in una crisi affrontata con dichiarazioni opposte dei vertici, i capi veri e presunti del partito: Grillo, Casaleggio e Crimi.

Aveva iniziato l’Erede, sostenendo che in caso di vittoria del no al voto sulla linea da tenere rispetto alla fiducia, ci sarebbe stato un altro voto per stabilire cosa votare tra il “no” e l’astensione. Una dichiarazione coordinata con Alessandro Di Battista, che aveva chiesto, inutilmente, di includere proprio l’astensione tra le opzioni per gli iscritti. Smentiti entrambi da Crimi, subito, che ha risposto picche all’ex collega e negato il secondo voto all’Erede: “Se vince il no è no”.

Giorni dopo, sul Corriere della Sera, ritorna Casaleggio invitando i parlamentari contrari alla fiducia ad astenersi. Fatto clamoroso per due motivi: primo, smentisce il suo stesso metodo (Rousseau determina la linea), secondo smentisce il suo stesso padre, dimostrando che il suo interesse non è affatto la politica o il disegno del genitore, ma il mantenimento del controllo sul più grosso gruppo parlamentare della legislatura.

Di nuovo risponde Crimi, ricordando al capo di Rousseau che chi non rispetta le scelte di Rousseau è fuori dal partito.

Replica di nuovo Casaleggio, nel pubblicare i risultati del voto sullo Statuto, dichiarando che la reggenza di Vito Crimi era terminata. Interviene a questo punto Beppe Grillo, attraverso lo stesso Crimi che pubblica una sorta di interpretazione autentica: Crimi resta reggente fino alla nomina del direttorio.

Questo è un passaggio decisivo e storico: è la prima volta che c’è uno scontro vero, esplicito, pubblico e credo irreversibile ai vertici. In passato c’erano state differenze di vedute ma divergenze simili erano state smentite. Questa è una questione vera di potere: nessuno vuole concedere un centimetro all’altro.

Il potere di Grillo deriva non solo dal suo ruolo ufficiale di Garante, ma pure dai diritti rispetto al marchio del Movimento. Questione molto intricata, su cui si dovrà esprimere anche il Tribunale civile di Genova.

In ogni caso Crimi, forte del sostegno di Grillo, ha proceduto all’espulsione dei 40 parlamentari che non hanno votato la fiducia a Mario Draghi.

Si apre dunque un altro scontro, perché a norma di regolamento il collegio dei probiviri che deve decidere se confermare il provvedimento lo dovrà fare all’unanimità. Un membro, però, Raffaella Andreola, si è detta contraria.

Tra i parlamentari oggetto del provvedimento ci sono esponenti noti come l’ex ministra Lezzi e il presidente Morra. Non è uno scontro come ce ne sono stati in passato: è davvero, stavolta, una vera resa dei conti tra visioni opposte rispetto al futuro del Movimento, che cambia le carte in tavola, stravolge le vecchie alleanze e posizioni rispetto al ruolo di Casaleggio e difficilmente potrà finire con una riconciliazione.

È buffo notare come le norme a tutela delle minoranze del partito erano state ideate per tutelare proprio coloro che, all’inizio dell’avventura parlamentare, premevano per alleanze coi partiti. Oggi, le stesse norme, di fatto mettono a rischio proprio queste future alleanze.

Voglio però sottolineare di nuovo le informazioni che, da questa vicenda, possiamo dedurre circa il ruolo di Casaleggio. Nessuno può dire che Casaleggio non conti nulla, perché non è vero. Nessuno però può neanche ignorare ciò che dice, perché tutti gli rispondono quando rilascia una dichiarazione. Se si scomoda perfino Grillo a smentire Casaleggio, significa che la situazione è grave, pur come sempre non seria. Anche perché, con l’invito a votare contro le decisioni degli iscritti, Casaleggio ha investito una parte significativa del capitale di consenso che si è costruito rispetto alla base.

Immagino che la sua scommessa sia fondata sul fatto che la situazione politica è vissuta come contingente e, soprattutto, che gli attivisti che sperano di potersi candidare al prossimo voto non lo lasceranno solo quando si troverà a difendere la norma dei due mandati. Perché, vedrete, anche quella verrà messa in seria discussione prima della fine della legislatura.

Vi ricordo, per chi fosse interessato, che a giugno inizierà il “Processo al Sistema Casaleggio”. Se volete contribuire o saperne di più, potete trovare tutte le informazioni qui.

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