«Che mi frega dei due mandati? Io sono il Capo Politico, posso sempre ricandidarmi a presidente del Consiglio».

Questa frase, pronunciata da Luigi Di Maio tra l’1 e il 4 maggio scorsi in presenza di alcuni compagni di partito, ha segnato la fine delle sue pretese alla premiership.

Arrivati a questo punto, se davvero si trovasse un accordo tra Lega e Movimento il rompicapo dell’assetto della legislatura sarebbe risolto e Di Maio sarebbe, tutto sommato, l’unico sconfitto.

Facciamo un passo indietro e andiamo con ordine.

La posizione del capo politico del Movimento comincia a vacillare il 30 aprile, con l’intervista di Renzi a Rai1. Di Maio risponde immediatamente e rabbiosamente, chiudendo ogni opzione di alleanza col PD con toni da campagna elettorale, convinto che a quel punto si sarebbe andati subito al voto. Pochi giorni prima, in assemblea coi suoi parlamentari, aveva allentato la tensione garantendo che, in ogni caso, si sarebbe fatto in modo di ricandidare tutti. È apparso subito chiaro, però, che non si sarebbe andati a votare a giugno, come chiesto da Di Maio. Una deroga alla regola dei due mandati sarebbe stata possibile, ma non con un voto a dicembre o a primavera 2019.

Così qualcosa si rompe: anche i fedelissimi di Di Maio si innervosiscono. Perché? Per quell’improvvida frase: «Che mi frega dei due mandati? Io sono il Capo Politico, posso sempre ricandidarmi a presidente del Consiglio». Eh già. «E di noi che ne sarà?» avranno pensato i parlamentari al secondo mandato. Toninelli il 4 maggio dichiara che «sulla regola dei due mandati decide Grillo». Come a dire, ci salviamo tutti o nessuno.

Torniamo al quadro generale. Mentre Di Maio pensava di giocare una partita a scacchi, gli altri cercavano di comporre un rompicapo, seguendo degli obiettivi.

Primo: Di Maio non deve andare a Palazzo Chigi. Obiettivo raggiunto. Secondo: niente voto anticipato; a parte la Lega, tutti hanno qualcosa da perdere, seggi o ricandidature. Nemmeno il Quirinale impazzisce all’idea di sciogliere subito le Camere; inolte, il 65% dei parlamentari è alla prima nomina: difficile resistere, per i leader politici, a queste pressioni dall’alto e dal basso. Una soluzione per non votare prima del 2019 la si troverà.

Dunque, quale?

Il governo tecnico, per numeri e volontà politica, non lo vuole nessuno. Troppo facile per le eventuali opposizioni fare il bello e il cattivo tempo, soprattutto durante la prossima campagna elettorale.

Tolto di mezzo Di Maio, se Berlusconi fingesse il «passo di lato» o il Movimento accettasse qualche ministro forzista, la Lega e Salvini potrebbero mantenere unito il centrodestra (salvando le amministrazioni locali) e consolidare la propria leadership nella coalizione. Forza Italia potrebbe chiedere e ottenere qualche sottosegretariato chiave e qualche garanzia, evitando il voto. Il Movimento ha già rinunciato alla premiership, ma andare al governo e soprattutto evitare di decapitare l’intero gruppo dirigente a causa del vincolo dei due mandati sarebbe ottenere il massimo oggettivamente possibile. Questo governo, peraltro, godrebbe di un’opposizione molto debole: il PD governa da 7 anni, non ricorda come si fa opposizione e tuttavia se ne gioverebbe molto. L’ala renziana avrebbe ottenuto quanto voluto fin dal 5 marzo, il partito nel suo insieme avrebbe condizioni e tempo favorevoli al proprio riassetto, ora più necessario che mai.

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